Gli scioperi del 1943 e 1944
di Igor Pizzirusso
Introduzione
Gli scioperi del 1943 e del 1944 rappresentano un momento cruciale della resistenza civile al regime fascista e all’occupazione nazista. Esistono tuttavia differenze sostanziali tra le due ondate di proteste, che avvengono in circostanze assai diverse e nascono – almeno in buona parte – da diverse istanze sociali, economiche, politiche e ideologiche.
Dal 1939 il costo della vita raddoppia. Con l’entrata in guerra nel giugno 1940 iniziano i bombardamenti alleati: Torino e Milano sono tra le prime città colpite, con danni gravi anche sulla popolazione civile. Dal 1942 al Nord gli attacchi si intensificano, distruggendo infrastrutture e peggiorando la crisi alimentare. I beni essenziali scarseggiano, la tessera annonaria non basta più e il mercato nero impone prezzi altissimi.[1] Il malcontento cresce: già nel 1941 emergono segnali di dissenso, che nel 1942 diventano aperte proteste in luoghi pubblici. Sia gli informatori[2] che i fiduciari del sindacato fascista registrano lamentele e tensioni nelle fabbriche, sintomo di una resistenza civile nascente e via via sempre più diffusa. Un ruolo centrale in queste prime proteste lo hanno le donne: l’11 febbraio 15 di loro protestano a Desio per le insufficienti razioni alimentari;[3] l’11 maggio sono in 100 a rivendicare a Rho la distribuzione a scopo alimentare delle patate destinate alla semina;[4] il 19 dello stesso mese, a Cinisello Balsamo, in 500 chiedono «maggiori assegnazioni di carne, uova, patate, formaggio, salumi, reclamando un trattamento identico a quello della popolazione di Milano, Monza e Sesto S. Giovanni»,[5] dove comunque la situazione è ugualmente critica, come dimostra la protesta del 26 maggio, quando sono in 300 (sempre donne) a chiedere ancora la distribuzione delle patate e a denunciare la scarsità di pane e latte.[6] Si tratta di una piccola parte delle manifestazioni spontanee che nascono già nella prima metà del 1942, chiara ed evidente dimostrazione delle crepe che iniziano a formarsi nel consenso al fascismo.
Nel luglio 1942 ricompare clandestinamente l’Unità, organo del Partito Comunista, diffuso soprattutto nelle fabbriche. Rispetto ai volantini clandestini, il giornale ha una comunicazione più efficace e strutturata. Nei numeri del 1942 il giornale incita allla mobilitazione e al sabotaggio e dà notizia degli scioperi che agitano le fabbriche nel a inizio settembre, rafforzando il legame tra dissenso e azione concreta.
Da ottobre 1942 a febbraio 1943 si intensificano le agitazioni operaie, specialmente a Milano.[7] Le richieste principali sono legate ad aumenti salariali, riduzione dell’orario e più cibo.

Primo numero della nuova edizione clandestina de “L’Unità”, datata 1° luglio 1942. Ente conservatore: Centro Gramsci di Educazione.
Gli scioperi del 1943
Le proteste del marzo 1943 nascono dunque da un intreccio di motivazioni economiche, sociali e politiche: gli operai chiedono aumenti salariali,[8] riduzione dell’orario di lavoro e migliori condizioni alimentari. A ciò si unisce un’opposizione crescente alla guerra, inasprita dopo la disfatta tedesca a Stalingrado e il devastante bombardamento su Milano del 14 febbraio. In questo clima, le agitazioni sono organizzate da militanti antifascisti, con un ruolo centrale del PCI e de l’Unità.
A Torino gli scioperi iniziano il 5 marzo in vari stabilimenti, con adesioni inizialmente incerte a causa delle manovre dilatorie della direzione. Presto, in parte sull’onda dei resoconti che arrivano da Torino, anche a Milano si verificano le prime proteste. Il 18 marzo alla Pirelli si sciopera contro l’obbligo ai turni continuativi e alla V sezione aeronautica Breda gli operai si astengono dal lavoro per 13 ore. Sii organizza per il 23 marzo una grande agitazione complessiva, ma già il 22, grazie al passaparola dei camionisti torinesi, i lavoratori della Falck iniziano la protesta e respingono i fascisti intervenuti per sedarla. Tra il 23 e il 26 marzo, vengono coinvolte prima le grandi fabbriche di Sesto San Giovanni e poi, a cascata, quelle del centro di Milano. Il 27 si registra una flessione, anche per effetto della repressione e dell’annuncio di concessioni governative.[9]
Tra il 25 e il 30 marzo scioperano anche molte fabbriche dell’hinterland, e le operaie assumono un ruolo centrale: a Legnano, al Cotonificio Dell’Acqua, in 630 si astengono dal lavoro e respingono a sassate il sottosegretario Tullio Cianetti che cerca di convincerle a tornare ai telai; alla Borletti le operaie della spoletteria zittiscono il sindacalista fascista Edoardo Malusardi, giunto con tre camion di poliziotti per reprimere le manifestazioni.[10]
I dati complessivi mostrano una partecipazione limitata nelle grandi industrie soprattutto nell’area milanese. La memoria resistenziale tende a mitizzare questo momento come una prova di forza del movimento operaio antifascista, tuttavia un’analisi più attenta rivela una significativa debolezza organizzativa in un movimento che si stava faticosamente riorganizzando. Una testimonianza significativa di queste difficoltà organizzative viene da Ettore Gobbi,[11] della prima sezione elettromeccanica della Breda, che riferisce di aver ricevuto l’ordine di sciopero solo il 28 marzo, a ridosso dell’iniziativa e ricorda:
il mancato successo dello sciopero […] fu oggetto di un approfondito esame critico da parte della nostra organizzazione. Esame dal quale le cause furono individuate nella mancanza di preparazione e nell’inerzia dell’organizzazione. Per la verità mancò il tempo materiale per mobilitare i compagni. Infatti la direttiva di sciopero mi fu comunicata in un convegno a Monza, dal compagno Martinini, il pomeriggio del giorno prima.[12]
A questa, si aggiungono anche altri elementi a cominciare dalla composizione sociale e anagrafica della classe operaia: nelle grandi fabbriche la manodopera è spesso giovane, poco qualificata e proveniente da aree rurali, portatrice di culture e mentalità non ancora strutturate politicamente o professionalmente. L’influenza di vent’anni di propaganda fascista ha inoltre permeato l’educazione soprattutto tra i più giovani. Al contrario, nelle piccole aziende la manodopera è generalmente più anziana e con un’esperienza di lavoro e militanza politica più consolidata.
Nonostante i limiti, gli scioperi del marzo 1943 segnano un momento cruciale: la protesta operaia si fa sempre più politicizzata e il movimento antifascista rafforza le proprie strutture e forme di mobilitazione. Il Regime ovviamente reagisce: nel milanese si registrano almeno 51 processati dal Tribunale Militare. Gli scioperi spingono comunque Mussolini a cambiare i vertici del PNF e della Polizia, riconoscendo la gravità della situazione, sottolineata anche in una lettera scritta a Mussolini da Farinacci, nell’aprile 1943:
Ho vissuto, stando naturalmente nell’ombra, le manifestazioni degli operai di Milano. […] Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, ti dicono una menzogna. Il contegno degli operai di Abbiategrasso di fronte a Cianetti è eloquente, come è eloquente la fioritura del manifestini stampati alla macchia che danno alle manifestazioni un carattere deliberatamente e preordinatamente antifascista. […] Il partito è assente e impotente. Ora avviene l’inverosimile. Dovunque, nei tram, nei caffè, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si critica e si inveisce contro il regime e si denigra non più questo o quel gerarca, ma addirittura il Duce.[13]
Le proteste nei mesi successivi non si spengono. Un’ulteriore ondata si verifica tra luglio e agosto del 1943, complice il cambio di governo in Italia e lo sbarco alleato. Le notizie sulla disfatta sovietica non provengono più solo dalla stampa clandestina, ma anche dai reduci dell’Armir, che raccontano alle famiglie l’orrore vissuto. Gli Alleati sbarcano in Sicilia, portando la guerra in Italia e indebolendo la propaganda fascista. Il 25 luglio 1943 Mussolini è esautorato e arrestato; l’8 settembre l’armistizio con gli Alleati viene reso pubblico e la Germania occupa il centro-nord della Penisola, che si trova così spaccata in due. Nascono le prime bande partigiane e l’opposizione al nazifascismo si va strutturando sempre più. Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e i principali partiti antifascisti, soprattutto il PCI, assumono un ruolo centrale, organizzando la resistenza politica e militare. Volantini e giornali clandestini si moltiplicano e proliferano, assumendo un ruolo strategico nell’organizzazione delle proteste e della mobilitazione dei vari strati sociali della popolazione, inclusi gli operai, che vengono considerati sempre più come elemento essenziale della lotta armata, in particolare dopo gli scioperi del novembre a Torino[14] e dicembre 1943 anche a Milano.[15] In particolare quest’ultima agitazione, di discreto successo, porta l’amministrazione tedesca a promettere e – in parte – concedere lievi miglioramenti salariali e alimentari, anche se non vengono bloccati i licenziamenti da parte degli imprenditori né limitati i conseguenti arruolamenti di forza lavoro all’interno della Todt o direttamente in Germania.
Gli scioperi del 1944
Già verso la fine di dicembre 1943 e nei mesi di gennaio e febbraio 1944 però, l’atteggiamento tedesco diventa estremamente più punitivo e repressivo.[16] Le agitazioni nelle fabbriche continuano ad aumentare: si contano circa 60 episodi che coinvolgono complessivamente 20.000 lavoratori, costretti a fare i conti con la repressione sempre più dura da parte delle autorità tedesche di occupazione. Prende corpo in seno al CLN l’idea di uno sciopero generale, non solo rivendicativo ma anche insurrezionale, con l’obiettivo di porre fine all’occupazione nazista. Si tratta di un’iniziativa politica, che intende riaffermare il ruolo guida della classe operaia, e con essa del Partito Comunista, nella lotta di Liberazione.[17]
L’andamento della guerra, favorevole agli Alleati, e la prospettiva di nuovi sbarchi nell’Italia occupata offrono un sostegno concreto a questa strategia. Così, all’inizio del 1944, su impulso del PCI, si costituisce il Comitato segreto di Agitazione per Piemonte, Liguria e Lombardia, i principali centri produttivi per l’industria bellica del nord Italia che lancia un appello per lo sciopero generale nell’Italia del Nord, con il pieno sostegno del CLN. La segretezza è fondamentale perché si tratta di un’azione illegale agli occhi dello Stato ma è necessario coinvolgere tante persone. Le rivendicazioni toccano temi economici ma anche politici: si chiede la fine delle deportazioni di forza lavoro e dell’invio di produzione bellica alla Germania. Inizialmente si fa strada il progetto di una sollevazione insurrezionale e risolutiva da tenersi già a febbraio, ma il rallentamento delle operazioni militari alleate e le difficoltà organizzative inducono a spostare tutto a marzo, abbandonando l’obiettivo della sconfitta tedesca.[18]
La data di inizio è fissata per il 1° marzo 1944, alle ore 10. La preparazione dell’iniziativa è affidata soprattutto ai comunisti, che distribuiscono oltre 200.000 volantini tra operai e cittadini. A differenza degli scioperi del 1943 adesso ci si trova di fronte a una mobilitazione ben strutturata. Le prime notizie sull’imminente sciopero iniziano a circolare già a inizio febbraio, segno di un coordinamento capillare e di una volontà diffusa di resistenza.

Prima pagina dell’edizione lombarda del giornale clandestino “Il Lavoratore” del 4 febbraio 1944 (numero 7): un mese prima della mobilitazione, già si annuncia lo sciopero. Ente conservatore: Istituto nazionale Ferruccio Parri. Rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Milano
Il primo marzo tutto è pronto per la grande mobilitazione. Nelle zone occupate da tedeschi e fascisti, i lavoratori delle grandi fabbriche entrano in sciopero, bloccando soprattutto ma non solo la produzione bellica. A Torino gli operai FIAT e di altre fabbriche interrompono il lavoro, in Lombardia si fermano realtà come Alfa Romeo, Breda, Marelli, Falck, Innocenti e molte altre. In Toscana, Emilia e Liguria si registrano adesioni più limitate. Le azioni sono coordinate da strutture clandestine come i CLN aziendali, i Gruppi di Difesa della Donna e le Squadre di Azione Patriottica (SAP). A nulla servono i tentativi di contenimento da parte delle autorità fasciste e le minacce di repressione, arresti e deportazioni. Le agitazioni proseguono fino al 6 marzo. A Sesto San Giovanni e a Milano, compresa la sua vasta area industriale, lo sciopero assume fin dalle 10 di mattina del 1° marzo un carattere generale. Accanto agli operai delle fabbriche, si astengono dal lavoro anche i banchieri della Cassa di risparmio. Dal 2 al 4 marzo si fermano anche i tranvieri, che paralizzano il trasporto pubblico della città.[19] In Lombardia si calcolano in totale circa 350.000 scioperanti.[20]
Questa mobilitazione rappresenta un momento cruciale per la Resistenza, che dà «avvio a una nuova situazione» e apre «la strada all’insurrezione nazionale»[21] e ha una grande risonanza a livello internazionale come il più grande sciopero generale compiuto nell’Europa occupata dai nazionalsocialisti.[22] E tuttavia non mancano note critiche e delusioni interne al movimento, almeno stando ai rapporti della Federazione milanese del PCI. Si segnala innanzitutto la mancanza del supporto dei ceti medi, ancora poco coinvolti nella lotta al nazifascismo. Ma è soprattutto l’assenza di supporto da parte della Resistenza armata, eccezion fatta per qualche sporadico episodio,[23] a gravare maggiormente, per quanto – col senno di poi – essa fosse giustificabile e comprensibile sia per la debolezza organizzativa partigiana nei primi mesi del 1944[24] sia per uno scollamento ancora esistente, in quelle fasi iniziali di conflitto, tra lotta militare e operaia.[25]
Anche per questo le conseguenze della repressione nazifascista – brutale e sistematica – sono drammatiche. Sin dai primi giorni di sciopero si moltiplicano i licenziamenti in massa, gli arresti e le deportazioni mirate di chi ha organizzato e preso parte agli scioperi. In qualche caso viene aperto persino il fuoco su chi blocca il lavoro.[26] Il 2 marzo fra Alfa Romeo, Breda, Caproni e Pirelli sono già 62 le persone incarcerate.[27] Gli arresti si intensificano nei giorni seguenti, fino all’8, e poi nei giorni 12, 14 e 28 marzo, fino ai primi di aprile. Le fabbriche maggiormente colpite sono Mirafiori a Torino e quelle dell’area sestese, in particolare la Breda e la Falck, ma anche importanti stabilimenti milanesi come la Caproni, l’ATM, l’Alfa Romeo e l’Innocenti. Solo nella provincia di Milano si contano circa 430 arresti. Secondo le stime complessive, alla fine dell’ondata di scioperi sono circa 1.200 le persone deportate in Germania nei campi di concentramento, dove molte trovano la morte.[28] Le liste di proscrizione sono redatte su ordine del Servizio di Sicurezza delle SS e dell’Ufficio Politico Investigativo, che intimano alle direzioni aziendali di fornire i nomi dei lavoratori da deportare. In molti casi, il compito ricade sui capi reparto. Per occultare la vera natura delle deportazioni, le schede personali dei lavoratori vengono manipolate. Gli arresti si verificano soprattutto di notte o all’alba, a casa o sul posto di lavoro. A compierli sono i Carabinieri, le forze della Repubblica Sociale Italiana – Guardia Nazionale Repubblicana, militi della Legione “Muti”, SS italiane, Brigate Nere. Le deportazioni colpiscono anche malati, invalidi e, in alcuni casi, i padri al posto dei figli. Nelle fabbriche si verificano torture e pestaggi: alla V sezione Aeronautica della Breda, ritenuta tra le più insubordinate, otto ingegneri vengono brutalmente picchiati dai fascisti dell’Ufficio Politico Investigativo. Ai familiari non arrivano notizie certe. Molti iniziano ricerche disperate nelle carceri, seguendo voci e segnalazioni. Alcuni deportati riescono a scrivere bigliettini lanciati dal treno, spesso raccolti e consegnati da sconosciuti mossi da un senso di solidarietà profonda. Così, almeno per alcuni, si mantiene un fragile filo di contatto con casa.
La dura repressione non ferma per altro le proteste. Pur senza raggiungere i numeri e la capillarità del marzo 1944 (almeno fino allo sciopero insurrezionale dell’aprile 1945), le agitazioni nei 12 mesi successive sono svariate (quasi un migliaio), disseminate per tutto il triangolo industriale e capaci a volte di radunare diverse centinaia di lavoratori e lavoratrici.[29]
Note:
[1] Lucia Realini, Fronte interno 1942. Manifestazioni di protesta delle donne a Milano e provincia, in “Italia contemporanea”, n. 237, dic. 2004, pp. 685-686.
[2] Pietro Cavallo, Italiani in guerra. Sentimenti ed immagini dal 1940 al 1943, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 233-234.
[3] AS Milano, Pref., Il vers., cart. 243.
[4] AS Milano, Pref., Il vers., cart. 242 e Lucia Realini, Fronte interno 1942. Manifestazioni di protesta delle donne a Milano e provincia, in “Italia contemporanea”, n. 237, dic. 2004, p. 688.
[5] Lucia Realini, Fronte interno 1942. Manifestazioni di protesta delle donne a Milano e provincia, in “Italia contemporanea”, n. 237, dic. 2004, p. 689
[6] Vittorio Rifranti, Una città industriale nella guerra: alimentazione, condizioni di vita e di lavoro a Sesto San Giovanni 1940 -1943, in Istituto milanese per la storia della resistenza e del movimento operaio, “Annali 4. Studi e strumenti di storia contemporanea” (a cura di Grazia Marcialis e Giuseppe Vignati), pp. 511 -542.
[7] Lucia Realini, Fronte interno 1942. Manifestazioni di protesta delle donne a Milano e provincia, in “Italia contemporanea”, n. 237, dic. 2004, pp. 690-691.
[8] Gianfranco Bertelo e al., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano, Feltrinelli, p. 55.
[9] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, pp. 139-150.
[10] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, pp. 143-145.
[11] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, p. 147.
[12] Archivio Fondazione ISEC, Fondo Fontanella.
[13] Archivio Centrale di Stato, Collezione Farinacci a Mussolini; citato in parte da F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino 1963, p. 228.
[14] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, p. 275
[15] Luigi Ganapini, Milano, in Gianfranco Bertelo e al., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano, Feltrinelli, p. 164
[16] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, p. 369 e Luigi Ganapini, Milano, in Gianfranco Bertelo e al., Operai e contadini nella crisi italiana del 1943-1944, Milano, Feltrinelli, p. 169
[17] Cfr. Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, V, La resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino 1975,
[18] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, p. 374
[19] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, pp. 426-427
[20] P. Secchia – F. Frassati, Storia della Resistenza. La guerra di Liberazione in Italia 1943-1945, Ed. Riuniti, 1965, vol. I, p. 475
[21] Parole di Pietro Secchia riportate in Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, V, La resistenza, Togliatti e il partito nuovo, Einaudi, Torino 1975, pp. 237 ss.
[22] La notizia degli scioperi apparve anche in alcune testate giornalistiche estere.
[23] Luigi Borgomaneri, Li chiamavano terroristi. Storia dei GAP milanesi 1943-1945, Unicopli, Milano 2015, pp. 141-158
[24] Santo Peli, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 2015, versione ebook, da posizione 973 a posizione 1137.
[25] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, cap. VI, «La guerra di classe», § 5, «Lotta di classe e lotta armata».
[26] Claudio Dellavalle, Operai, fabbrica, Resistenza: conflitto e potere nel triangolo industriale (1943-1945), Roma, Ediesse, 2017, p. 425
[27] Notiziari GNR, 2-3 marzo 1944.
[28] Luigi Marcon, Giancarlo Restelli, Alfonso Rezzonico, I deportati politici dell’Alto Milanese nei Lager nazisti. Busto Arsizio, Gallarate, Arluno-Castano Primo, Legnano, Magenta, Rho, Saronno, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2014 e Giuseppe Valota, Streikertransport. La deportazione politica nell’area industriale di Sesto San Giovanni 1943-1945, Milano, Guerini e associati, 2007
[29] I dati posso essere facilmente ricavati consultando la banca dati https://www.cronologiascioperi1943-1945.it