Pietre d'inciampo Milano - Biografia

Aquilino Mandelli

Aquilino, Virginia e il piccolo GIorgio, Archivio privato famiglia Mandelli

Aquilino Mandelli


Nato il 23/09/1908 a Milano
Arrestato a Olgiate Olona il 18/10/1943
Morto a Gusen il 08/03/1945

Motivo dell'arresto: persecuzione politica


Anno di posa della pietra: 2021
Detenzione: S. Vittore
Deportazione: Mauthausen, Schwechat-Florisdorf, Gusen
Trasporto: 25 (partito da Torino il 18/02/1944, arrivato a Mauthausen il 21/02/1944)

Pietra in Via Inama 24
Richiesta da Manuela Mandelli

Aquilino Mandelli fu arrestato una prima volta nel 1936 con l’accusa di aver fatto scritte antifasciste sul luogo di lavoro e poi, quando lavorava alla fabbrica Caproni, a Taliedo, nel novembre del 1943. Dal carcere riuscì a mandare due lettere molto intense alla moglie. Deportato a Mauthausen morì  nel sottocampo di Gusen

“Alla ditta Caproni circa 3000 operai per 3 ore di fermata. Sono intervenuto personalmente insieme al vice segretario federale, e le maestranze hanno ripreso il lavoro quasi completamente. E’ da  rilevare che in quasi tutti gli stabilimenti l’inizio della fermata è stato fatto dalle donne e dai ragazzi che sono i più turbolenti e che evidentemente sono manovrati dagli uomini, i quali stanno più dietro le quinte, ed intervengono in un secondo tempo”
Edoardo Malusardi, segretario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’industria di Milano, all’assemblea dei sindacati fascisti del 27 marzo 1943[1]

Immagine segnaletica del fascicolo di Aquilino Mandelli nel casellario politico centrale. ACS, MI, DGPS, CPC, b. 2976

Aquilino Mandelli era nato a Milano il 23 settembre 1908 da Natale e Annita Vitteri. Sulla sua giovinezza si trae qualche informazione da una lettera da lui scritta al momento del suo primo arresto, nel 1936: aveva iniziato a lavorare da giovanissimo, ma dopo aver perso il primo impiego si era iscritto ad una scuola di perfezionamento per poter essere assunto presso la Compagnia Generale di elettricità[2]. Aveva prestato servizio militare presso un reggimento di stanza a Torino ed era stato congedato con il grado di caporale nel 1931. Non era iscritto al PNF ma dal 1935 era iscritto al Sindacato di categoria[3].

Aquilino fu arrestato in una data imprecisata del marzo 1936 e condannato il 23 aprile successivo  a 5 anni di confino per “aver esplicato attività contrastante con gli ordinamenti politici dello Stato”[4]. Mandelli venne infatti accusato di aver fatto, in febbraio,  alcune scritte sul muro della Compagnia generale di elettricità:
“1) W la Russia e il socialismo e il martire Matteotti ucciso dal Duce.
2) Morte Hitler e il Duce e il Re e Starace e tutti i fascisti anarchico.
3) Morte Hitler provocatore di mille pericoli e questo è giusto ma a morte anche la Germania che è l’esecutrice di tutti i pericoli.
4 ) viva Lenin.
5) W il Negus.
6) W l'Inghilterra[5].

Mandelli negò di aver fatto le scritte che gli venivano attribuite  in una lunga lettera alla commissione che lo aveva condannato; al contrario era stato un giovane compagno di lavoro con il quale aveva avuto uno screzio poche settimane prima ma che aveva deciso di non denunciare perché il ragazzo aveva sostenuto di essere orfano e di non poter rischiare il licenziamento. Mandelli si professava anzi “fervente Mussoliniano” e chiedeva pertanto una nuova perizia calligrafica per poter dimostrare la propria innocenza[6]. La richiesta non venne accolta e Mandelli fu quindi mandato al confino a San Demetrio dei Vestini in Abruzzo.[7]

Il mese successivo la moglie, Virginia Oddone, chiese di potersi trasferire al confino con il marito poiché i suoceri, presso cui viveva dal momento dell’arresto, non erano in grado di mantenerla[8]. La prefettura di Milano dette parere favorevole ma il trasferimento non fu necessario perché pochi giorni dopo Aquilino venne liberato a seguito della grazia concessa da Mussolini a molti detenuti subito dopo la proclamazione dell’Impero[9]. Tornato a Milano venne regolarmente sorvegliato ma non dette luogo a rilievi[10]

Assunto alla Caproni in una data che non è possibile definire si trovò a lavorare in una fabbrica che era in prima fila nel settore della produzione bellica e dove quindi il clima era particolarmente repressivo. Nonostante questo non erano mai sparite del tutto l’attività politica clandestina, legata soprattutto al Partito comunista e a Giustizia e Libertà, e la diffusione di stampa clandestina.Il clima che vigeva in fabbrica era assai repressivo, come ricorda nel secondo dopoguerra un operaio che aveva aderito alla lotta clandestina nelle file comuniste: “Alla Caproni vi era un regime poliziesco, nessuno poteva allontanarsi dal proprio posto di lavoro senza un permesso firmato del caporeparto. [...] le guardie entravano ogni momento nei gabinetti per sentire qua e là le parole o cercare di scoprire chi scriveva sui muri”[11],  Ai più anziani militanti cominciarono ad affiancarsi nuove leve e gli scioperi del marzo 1943 furono una prima fondamentale prova di capacità di lotta operaia[12]. In questi mesi Aquilino diffondeva volantini per incitare i suoi compagni alla protesta[13].

Egli  venne nuovamente arrestato il 18 ottobre 1943 a Olgiate Olona dove la famiglia viveva  dopo essere sfollata da Milano; può darsi che Aquilino fosse entrato in contatto con i partigiani che si stavano organizzando in quella zona, fra cui certamente il suo compagno di fabbrica Mauro Venegoni[14] o forse fu arrestato a seguito di una denuncia per le sue attività in fabbrica dove oltre alla diffusione di volantini illegali contribuiva al sabotaggio della produzione. La moglie riuscì a buttare via tutti i volantini che erano nascosti a casa prima che venissero trovati.

Aquilino venne rinchiuso nel carcere di San Vittore dove rimase fino al febbraio successivo. Nel 1940  era nato il figlio Giorgio e qualche volta la moglie e il figlio poterono vederlo mentre veniva portato ai bagni pubblici dalle guardie carcerarie. Da San Vittore Aquilino  riuscì a mandare due lettere intense e struggenti alla moglie: “Adorata Gina, i giorni si trasformano in mesi e noi siamo sempre lontani, povera Gina, quante tribolazioni e quanto dolore in questo periodo, ma abbi fede e non lasciarti abbattere dal dolore, sii forte e pensa che abbiamo un solo scopo nella vita, il nostro piccolo Giorgio, per lui noi dobbiamo essere forti per lui noi dobbiamo affrontare tutto e aver fede in Dio [...] Attendo anche io il giorno in cui ricominceremo la nostra vita, la vera vita, noi tre soli! Dimenticando e perdonando a tutti il male che abbiamo sofferto in questo periodo”[15].

L’ultima lettera, un addio alla famiglia, è del 17 febbraio, il giorno prima della deportazione in Germania. E’ probabile che Aquilino fosse già a conoscenza della partenza ormai vicinissima perché traspare un grande pessimismo e una qualche forma di consapevolezza del tragico destino a cui stava andando incontro: “[...] Gina in questo momento una grande nube sta offuscando il nostro orizzonte, forse al dissiparsi di essa io non ci sarò più qua, sii forte come lo sono io in questo momento, abbi sempre fede  [...] fa che il mio caro bambino si ricordi sempre del suo papà, digli che ci voglio tanto bene che non c’è nulla al mondo che possa anche per un solo istante distogliermi dai miei occhi la sua dolce visione! [...] Ciao Giorgino mio, mio piccolo monello, ricordati sempre del tuo papà, non lo dimenticare mai e vogliaci sempre bene alla tua mammina, io ti proteggerò sempre, dovunque io sia! Giorgino mio, mio grande bene il tuo papà ti bacia tanto tanto! Gina, Giorgio, mamma, Ida e tutti, ricordatemi sempre e pregate per me”.[16]

Aquilino fu deportato con il trasposto n. 25 partito il 18 febbraio 1944 per Mauthausen ove giunse il 21 febbraio 1944. Gli venne dato il numero di matricola 53418 e fu classificato come Schutz dichiarando il mestiere di meccanico. Fu trasferito nel sotto campo di Schwechat-Florisdorf  e poi a Gusen  dove morì in infermeria l’8 marzo 1944. Un compagno di prigionia raccontò nel dopoguerra che quando venne portato in infermeria Aquilino era certo che non avrebbe mai fatto ritorno.[17]
Alessandra Minerbi

Archivi consultati:
  • Archivio centrale dello Stato, Roma
  • Archivio privato famiglia Mandelli

Note:

[1] C. de Biaggi, La Caproni di Taliedo. Storie di operai 1915-1950, Quattro, Milano, 2018, p. 130

[2] Lettera del 13 febbraio 1936 di Mandelli alla Commissione; ACS, MI, DGPS, AGR, Ufficio confino di Polizia 1926-1943, b.603

[3] Lettera del 14 aprile 1936 della prefettura di Milano alla DGPS, ACS, MI, DGPS, AGR, Ufficio confino di Polizia 1926-1943, b.603

[4] Lettera del Prefetto di Milano alla Direzione generale di Pubblica Sicurezza del 14 maggio 1936, ACS, MI; DGPS, CPC, b. 2976

[5] Lettera del 14 aprile 1936 della prefettura di Milano alla DGPS, ACS, MI, DGPS, AGR, Ufficio confino di Polizia 1926-1943, b.603

[6] Lettera del 13 febbraio 1936 di Mandelli alla Commissione; ACS, MI, DGPS, AGR, Ufficio confino di Polizia 1926-1943, b.603

[7] Lettera del 9 aprile della Direzione generale di pubblica sicurezza al prefetto di Milano, ACS, MI; DGPS, CPC, b. 2976

[8] Lettera del 18 maggio 1936  di  Virginia Oddone alla Direzione generale di pubblica sicurezza,  ACS, MI, DGPS, AGR, Ufficio confino di Polizia 1926-1943, b.603

[9] Lettera del 7 agosto 1939 della prefettura di Milano alla Direzione generale di pubblica sicurezza, ACS, MI; DGPS, CPC, b. 2976

[10] La prefettura di Milano informava regolarmente il Casellario politico centrale, l’ultima lettera venne inviata il 26 marzo 1943 nei giorni in cui si stava svolgendo il primo grande sciopero nell’organizzazione del quale è assai probabile che Aquilino fosse coinvolto. ACS, MI; DGPS, CPC, b.

[11] C. de Biaggi, La Caproni di Taliedo, cit  p. 109

[12] C. de Biaggi, La Caproni di Taliedo. ivi

[13] Testimonianza della moglie Virginia alla nipote Manuela, che ringrazio per il tempo dedicatomi e i ricordi raccontati.

[14] Questa ipotesi è stata avanzata da Claudio de Biaggi che ringrazio per l’aiuto

[15] Lettera del 15 febbraio 1944 di Aquilino alla moglie, Archivio privato famiglia Mandelli

[16] Lettera di Aquilino alla moglie del 17 febbraio 1944 da San Vittore, archivio privato famiglia Mandelli.

[17] Testimonianza di Manuela Mandelli che ha incontrato casualmente il compagno di prigionia del nonno durante un viaggio a Mauthausen.




Documenti
Il fascicolo di Aquilino Mandelli nel casellario politico centrale ACS, MI, DGPS, CPC, b. 2976
Lettera della Prefettura di Milano alla divisione generale affari riservati del 14 maggio 1936 in cui si riportano le scritte che Aquilino Mandelli è accusato di aver fatto sul muro. ACS, MI, DGPS, CPC, b. 2976
Lettera del 13 febbraio 1936 di Mandelli alla Commissione in cui dichiara la propria innocenza e chiede una nuova perizia calligrafica sulle scritte; ACS, MI, DGPS, AGR, Ufficio confino di Polizia 1926-1943, b.603
La targhetta di riconoscimento che fu data ad Aquilino Mandelli a Mauthausen con il numero di matricola che è stata trovata recentemente nel corso di lavori di rinnovamento del campo. Archivio privato Mandelli