Cibeno, 12 luglio 1944: la strage del Poligono di tiro
di Giulia Dodi
ASCC-Archivio storico comunale di Carpi (MO), Miscellanea Fossoli, busta 1, fascicolo 7 Verbale di riconoscimento dei 67 cadaveri esumati il 17/18 maggio 1945 da una fossa comune in Cibeno di Carpi (Tiro a segno) e n. 8 fotografie, u.a. 110, Elenco dei fucilati al poligono di Cibeno il 12 luglio 1944, Carpi post 1944, segnatura I.7.110.
Nei pressi del poligono di tiro di Cibeno, frazione di Carpi, in provincia di Modena, fu perpetrato uno degli episodi più gravi della repressione nazista nell’Italia occupata. Il 12 luglio 1944 vi furono uccisi 67 detenuti politici del campo di transito di Fossoli: una delle stragi di deportati politici più significative tra quelle compiute dai nazifascisti sul territorio italiano durante il periodo della Repubblica sociale. L’eccidio colpì esponenti di tutte le anime della Resistenza, diversi per età, provenienza ed estrazione sociale, ma tutti accomunati dall’aver scelto di prendere parte alla lotta di liberazione e dal non aver mai rivelato alcuna informazione, nonostante arresti, torture e deportazioni.
Un episodio di straordinaria rilevanza ma a lungo poco ricordato, se non a livello locale, su cui rimangono ancora aspetti da indagare e storie da approfondire.
I prodromi della strage
Inizialmente, anche sulla base della sentenza di morte letta dai militari tedeschi poco prima dell’esecuzione, si era ipotizzato che a motivare l’eccidio di Cibeno fosse stata la volontà di compiere un atto di rappresaglia in risposta a un attentato avvenuto a Genova il 25 giugno 1944, quando un’azione gappista contro un bar in via del Campo aveva provocato la morte di sette militari tedeschi[1]. Il comando tedesco di stanza in Italia avrebbe così deciso di rispondere con l’esecuzione di settanta detenuti politici, prelevati dal campo di transito di Fossoli. La storiografia più recente, però, ha avanzato dubbi su questa ipotesi: la distanza temporale e geografica dagli avvenimenti di Genova rende problematico stabilire un collegamento diretto con quanto accaduto a Fossoli. A questo si aggiunga che solitamente le rappresaglie erano usate dai nazifascisti anche per mostrare alla popolazione civile di avere il controllo di un territorio e di poterlo mantenere ad ogni costo; nel caso di Cibeno, invece, la strage avvenne all’alba, in un luogo piuttosto nascosto e senza dare alcun risalto pubblico a quanto accaduto[2].
Anche la composizione dei caduti lascia emergere la particolarità di questa vicenda: tra i prescelti vi erano operai, impiegati, professionisti, insegnanti, militari e dirigenti politici di età molto diversa – il più giovane, Felice Lacerra, non aveva ancora 17 anni, il più anziano, Michele Levrino, avrebbe compiuto 64 anni di lì a pochi mesi – provenienti da oltre trenta province, la maggior parte nell’Italia centro-settentrionale ma anche da Avellino, Potenza, Palermo, Trapani e Messina. Si trattava in larga parte di antifascisti con differenti esperienze politiche e resistenziali, ma non si può non notare che nel gruppo sono rappresentati tutti gli schieramenti, le età e le condizioni sociali che hanno animato il movimento di liberazione, e che nessuno tra loro aveva mai mostrato segni di pentimento o aveva dato informazioni ai fascisti.
Il campo di transito di Fossoli
Nel giugno 1942 fu allestito a Fossoli un campo di concentramento per prigionieri di guerra inglesi che, a seguito dell’armistizio reso noto l’8 settembre, fu occupato dalle truppe tedesche, le quali in poche settimane inviarono in Germania i prigionieri internati e abbandonarono il campo.
Le attività ripresero nel dicembre 1943, quando la Repubblica Sociale Italiana ripristinò il campo come luogo di detenzione per ebrei e antifascisti. Nel febbraio 1944 le forze tedesche presero il controllo del campo, che per i cinque mesi successivi – fino al luglio 1943 – divenne il Polizei- und Durchgangslager Fossoli (Campo di polizia e di transito di Fossoli). Sotto la direzione tedesca il campo funzionò come luogo di raccolta e smistamento di prigionieri provenienti dalle carceri di tutta l’Italia centro-settentrionale, mentre ai fascisti rimase il controllo di un’area secondaria, definita Campo Vecchio. Il periodo di permanenza degli internati poteva variare da qualche giorno a alcuni mesi: qui i prigionieri si occupavano in prima persona delle questioni amministrative e economiche, sotto la guida di capicampo e capibaracca scelti tra i prigionieri stessi, i quali vivevano così una detenzione meno violenta, soprattutto in relazione agli arresti e alle torture subite in precedenza. Tra loro vi era anche Leopoldo Gasparotto, avvocato e dirigente dei gruppi di Giustizia e Libertà in Lombardia, arrestato a Milano l’11 dicembre 1943. Dopo la prigionia nel carcere di San Vittore, Gasparotto fu inviato al campo di Fossoli, dove divenne uno dei punti di riferimento dei detenuti e, forse proprio per questo, fu vittima di un’esecuzione violenta il 22 giugno 1944 e sepolto in una tomba anonima nel cimitero di Carpi[3]. Questo episodio fu il preludio di quanto accadde al poligono di tiro di Cibeno.
Foto 1. Fasi delle operazioni di riesumazione dei cadaveri.
Foto 2. Trasporto delle salme dopo la riesumazione.
Foto 3. Fasi delle operazioni di riesumazione dei cadaveri.
Foto 4. Luogo in cui è stata rinvenuta la fossa comune con i cadaveri degli antifascisti fucilati.
ASCC-Archivio storico comunale di Carpi (MO), Miscellanea Fossoli, busta 1, fascicolo 7 Verbale di riconoscimento dei 67 cadaveri esumati il 17/18 maggio 1945 da una fossa comune in Cibeno di Carpi (Tiro a segno) e n. 8 fotografie, u.a. 113, N. 8 fotografie sull’esumazione dei trucidati di Cibeno, San Remo 1984 maggio 12, segnatura I.7.113.
Una brutale esecuzione
La sera dell’11 luglio 1944 il comandante del campo di transito di Fossoli, Karl Titho, fece leggere ad alta voce i nomi di 71 uomini che l’indomani mattina sarebbero dovuti partire per la Germania, invitandoli a preparare i bagagli per il viaggio. A Fossoli erano rinchiusi detenuti politici provenienti da diverse zone dell’Italia settentrionale, catturati o arrestati per delazione e arrivati nel campo modenese dopo settimane e mesi di prigionia e di torture nei territori di provenienza; tra i nomi chiamati quella sera una ventina provenivano dal territorio milanese: Andrea Achille, tipografo; l’ingegnere e antifascista cattolico Carlo Bianchi; Ferdinando Brenna, collaboratore di Leopoldo Gasparotto e vicino al Partito d’Azione; Davide Carlini, di professione autista, arrestato durante gli scioperi del 1944; il ragioniere e membro del Partito d’Azione Brenno Cavallari; il sergente maggiore di cavalleria Ernesto Celada; l’antifascista comunista Manfredo Dal Pozzo; Alberto Antonio Fugazza, di professione commerciante; Antonio Ingeme, arrestato per aver fornito documenti falsi a ebrei e perseguitati politici; il commercialista e comandante partigiano in Val Brembana Antonio Manzi; lo scrittore Pietro Mormino; il colonnello Ubaldo Panceri; gli antifascisti Arturo Pasut e Mario Pozzoli. E ancora l’avvocato e partigiano Napoleone Tirale; Galileo Vercesi, anch’egli avvocato e membro del Corpo Volontari della Libertà; e l’antifascista Luigi Vercesi.
Nella notte un nome venne depennato dalla lista, che si ridusse così a 70 nomi. Nelle stesse ore, un gruppo di ebrei rinchiusi nel campo era stato fatto uscire e condotto al poligono di tiro della vicina frazione di Cibeno, con l’ordine di scavare una fossa.
Intorno alle quattro del mattino del 12 luglio i prigionieri designati per l’uccisione furono fatti uscire dalle baracche dove avevano trascorso la notte – in questo frangente uno di loro riuscì a nascondersi e così a scampare alla strage[4] – e divisi in tre gruppi, avviati uno dopo l’altro verso il poligono di tiro, che i tedeschi avevano requisito per l’occasione, ordinando persino al custode di allontanarsi e non tornare almeno fino al giorno 13. Quando sul posto giunse il primo gruppo, i detenuti furono fatti scendere dal camion che li aveva trasportati e accompagnati ai margini della fossa scavata in precedenza, e lì uccisi dal plotone di esecuzione tedesco.
Poco dopo fu il turno del secondo gruppo: due prigionieri, Eugenio Jemina e Mario Fasoli, intuendo la sorte che li attendeva, assalirono i militari poco prima che fossero sparati i colpi di arma da fuoco e nel parapiglia riuscirono a mettersi in salvo.
Scesi dall’automezzo ci fecero disporre su due file, seduti per terra con le gambe divaricate. In quella posizione eravamo circondati dalle SS tedesche (dodici, o tredici o quattordici) col mitra spianato. […] Avevo davanti, in linea retta, il maggiore tedesco che era venuto appositamente da Verona per comandare l’esecuzione. Il Gutweniger era il primo a sinistra, armato di mitra. Ad un cenno del maggiore lesse in cattivo italiano la sentenza di morte: «Per esser stati uccisi alcuni ufficiali tedeschi a Genova il comando superiore delle SS-Gestapo ha determinato la vostra fucilazione». È da notare che il nostro gruppo (secondo gruppo di 25) non poté vedere i primi 20 già uccisi, perché erano nella fossa che era separata dalla nostra vista dal parapalle dei 300 metri. Appena ultimata la lettura della sentenza io proruppi in un grido: «Perché uccidete noi?». Il grido fu ripetuto da tutti i giustiziandi. In quell’attimo, d’un balzo, fui sopra il comandante che colpii con un pugno al viso, credo sia caduto a terra, e continuai diritto verso il reticolo laterale[5].
Arrivò poi il terzo gruppo, composto da uomini già ammanettati, che furono uccisi a bruciapelo, per evitare altri incidenti. Al termine dell’esecuzione i corpi furono gettati nella fossa comune e sommariamente ricoperti dallo stesso gruppo di ebrei a cui era stato ordinato di scavare la buca. Da quel momento dell’episodio non si parlò più.
ASCC-Archivio storico comunale di Carpi (MO), Miscellanea Fossoli, busta 1, fascicolo 7 Verbale di riconoscimento dei 67 cadaveri esumati il 17/18 maggio 1945 da una fossa comune in Cibeno di Carpi (Tiro a segno) e n. 8 fotografie, u.a. 115, Milano intorno ai martiri di Fossoli, “Corriere d’Informazione” Milano 1945 maggio 25.
La memoria della strage
Solamente a guerra terminata, nel maggio 1945, su indicazione dei due sopravvissuti, la fossa comune venne individuata e riaperta; iniziarono allora le operazioni di riesumazione e i corpi furono riconosciuti uno a uno dai famigliari[6]. I funerali delle vittime furono celebrati il 24 maggio nel Duomo di Milano dal cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo della città, alla presenza delle autorità italiane e alleate, e di una folla numerosa e profondamente commossa[7].
Ma già dai mesi successivi dell’eccidio di Cibeno si persero le tracce nella memoria pubblica. L’episodio fu considerato a lungo un fatto di storia locale, complici le difficoltà e i silenzi che accompagnarono le indagini del dopoguerra, dalle quali non emersero né condanne ai mandanti e agli esecutori della strage, né furono individuate le reali motivazioni che avevano portato all’uccisione dei 67 internati. Anche le successive indagini, riaperte negli anni Novanta dopo il ritrovamento dei fascicoli su Fossoli nell’“armadio della vergogna”, non portarono all’identificazione dei responsabili e a una condanna per quanto accaduto.
Ciò che rimane sul luogo dell’uccisione è una lapide, apposta nel 1946, che ricorda i 67 “martiri di Fossoli”. Da quel momento ogni anno il 12 luglio una commemorazione pubblica ne rinnova la memoria.
Dal punto di vista giudiziario questa vicenda ha avuto un percorso lungo e accidentato, fatto di omissioni, sovrapposizioni e silenzi che per decenni hanno impedito di identificare chiaramente le responsabilità dei persecutori. Tra il 1945 e il 1946, anche su sollecitazione di Luigi Gasparotto, all’epoca prima ministro dell’Aeronautica e poi dell’Assistenza post bellica, oltre che padre di Leopoldo Gasparotto, la Procura militare di Bologna avviò le indagini contro Karl Titho, Hans Haage, vicecomandante del campo Fossoli, e altri cinque militari tedeschi; furono ascoltati decine di testimoni per determinare le responsabilità di chi era coinvolto. I magistrati provarono a raggiungere gli imputati scontrandosi con gravi difficoltà tra richieste di estradizione e impossibilità ad accertare con esattezza i nomi dei militari coinvolti. Tutti coloro che furono interrogati nascosero le proprie responsabilità dietro gli ordini impartiti dai vertici delle SS e così tra lungaggini burocratiche e pressioni politiche nel 1959 il processo fu “temporaneamente sospeso” e poi archiviato. Nuovi tentativi di individuare e condannare i responsabili furono avviati dalla Procura di La Spezia negli anni Novanta, dopo il ritrovamento di alcuni fascicoli giudiziari fra le carte del cosiddetto “armadio della vergogna”[8], ma il procedimento fu nuovamente archiviato nel 1999, accettando l’idea che quanto accaduto a Fossoli fosse da imputare agli ordini impartiti dai vertici delle SS senza responsabilità da parte di chi direttamente dirigeva e operava nel campo di transito[9].
[1] https://www.anpigenova.it/2019/06/08/fabbriche-del-ponente-genovese-16-giugno-1944/
[2] C. Bianchi Iacono, M. Montanari, A. M. Ori, Uomini nomi memoria. Fossoli 12 luglio 1944, Carpi, Nuovagrafica, 2004.
[3] Leopoldo Gasparotto, Diario di Fossoli, a cura di M. Franzinelli, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.
[4] Si tratta di Teresio Olivelli, prigioniero politico arrestato a Milano e che, dopo alcuni mesi trascorsi a Fossoli, fu trasferito prima a Bolzano e poi a Flossenbürg, nel sottocampo di Hersbruck, dove morì il 17 gennaio 1945: https://www.anpi.it/biografia/teresio-olivelli
[5] Dalla testimonianza processuale rilasciata da Eugenio Jamina alla Corte d’assise straordinaria di Bolzano il 13 dicembre 1946, riportata in M. Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001, Milano, Mondadori, 2002, p. 218.
[6] Archivio Storico del Comune di Carpi, fondo Miscellanea Fossoli, b. 1, fasc. 7.
[7] Milano intorno ai martiri di Fossoli, «Corriere della Sera», 25 maggio 1945.
[8] F. Giustolisi, L’armadio della vergogna, Milano, Neri Pozza, 2011.
[9] M. Franzinelli, Le stragi nascoste, cit., pp. 222-233.