Adele Basevi
La foto è conservata al CDEC: “Milano 28.1.1975 Per l'©Archivio CDEC (inv. 128-003) la fotografia della mia adorata mamma Adele Basevi Lombroso arrestata a Milano il 31.12.43 nella sua abitazione di via Vespri Siciliani 71, trascinata a S.Vittore, quindi a Fossoli e Deportata in Germania senza ritorno/ Renata Lombroso Basevi”.
Adele Basevi
Nata il 07/08/1866
Arrestata a Milano il 01/12/1943
Morta a Auschwitz il 06/02/1944
Motivo dell'arresto: persecuzione razziale
Anno di posa della pietra: 2017
Detenzione: S. Vittore
Deportazione: Auschwitz
Trasporto: 24 (partito da Milano il 30/01/1944, arrivato a Auschwitz il 06/02/1944)

“Un brutto giorno [...] vennero [...] ad arrestare mia madre, [...] si portarono via la mia - dolce mamma - davanti ai miei occhi, mentre, in quel momento, io che rientravo in casa [...]”
Testimonianza di Renata Lombroso

Registrazione di Adele Basevi a S. Vittore. La data di nascita indicata sul registro è errata. Adele Basevi nacque il 7 agosto 1866 e non il 15 settembre. ASMi, Carceri Giudiziarie di Milano, Registri di iscrizione dei detenuti (1940-1945).
La famiglia
Adele Basevi nacque il 15 settembre 1866[1] a Brescia da Alessandro e Silvia Finzi. Dal matrimonio con Gerolamo Lombroso, erano nati sei figli: Silvia, Alberto, Wanda, Margherita, Angiolina e Renata. Adele, casalinga, abitava a Milano, in un appartamento in affitto situato in un complesso di case popolari in via Vespri Siciliani 71 insieme alla figlia minore, Renata. Alla morte del padre Renata abbandonò gli studi è inizò a lavorare come impiegata per contribuire al sostentamento familiare. Adele, ormai vedova, riceveva mensilmente una somma di denaro derivante da un’ipoteca sulle terre che appartenevano ai suoi genitori[2].
L’emanazione delle leggi razziali
A seguito dell’emanazione delle leggi razziali Renata venne licenziata e iniziò a cercare un nuovo lavoro. Come avrebbe ricordato molti anni dopo: “Per non abbandonare mia madre, nascosi tutti questi particolari e uscivo al mattino ed al pomeriggio per cercare lavoro [...]”[3]. Renata aveva presentato domanda di discriminazione per sè e per la propria famiglia. Dalla documentazione si evince che, nel corso degli anni, le sorelle e il fratello Alberto si erano sposati e, con le rispettive famiglie, si erano trasferiti in altre città. La discriminazione non venne concessa per mancanza di requisiti[4]. Come conseguenza delle leggi Renata nel corso dei mesi, aveva dovuto trovare più volte un nuovo impiego in seguito ai ripetuti licenziamenti; con lo scoppio della guerra, come lei stessa anni dopo avrebbe ricordato: “[...] il cibo cominciava a mancare, vi era la borsa nera, e la salute della mamma cominciava a risentirne, aveva circa 76 anni. La censura cominciava a controllare la corrispondenza, gli scritti con le mie sorelle che abitavano a Torino, La Spezia, Napoli, si facevano sempre più rari e difficili”[5].
L’arresto e la deportazione
Il 3 dicembre del 1943 Adele venne arrestata a casa. Renata, di ritorno dal lavoro, avrebbe in seguito raccontato: “Un brutto giorno [...] vennero [...] ad arrestare mia madre, [...] si portarono via la mia - dolce mamma - davanti ai miei occhi, mentre, in quel momento, io che rientravo in casa, venni nuovamente salvata dalla portiera della casa che mi chiuse a chiave in una stanza per impedirmi di subire la stessa sorte. Vidi mia madre passare con la testa alta in mezzo a due guardie e questa visione mi fece impazzire e mi accompagnò e mi accompagnerà per tutto il resto della mia vita”[6]. Quella fu l’ultima volta che Renata vide la madre. Rimasta sola, si trovò senza un posto dove rifugiarsi.
Adele fu immediatamente condotta al Commissariato di polizia di Porta Genova. Nel registro di San Vittore le tracce del suo passaggio: Adele entrò in carcere lo stesso giorno del suo arresto, precisamente alle ore 19. Registrata con la matricola 49, rimase a San Vittore per quasi due mesi. Il 30 gennaio 1944 venne trasferita alla stazione centrale di Milano dalla quale, con il convoglio numero 24, venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. Al suo arrivo, Adele non ricevette nessuna matricola, poiché, a 78 anni, era ritenuta non abile al lavoro, venne immediatamente avviata alle camere a gas.
La confisca dei beni
Nei giorni in cui Adele si trovava ancora a San Vittore, i suoi beni e l’appartamento vennero sottoposti a sequestro. In una comunicazione della Questura di Milano al Prefetto, datata 22 marzo 1944, si trasmetteva il verbale che un Agente della Polizia Giudiziaria e membro della Guardia Repubblicana aveva redatto in via Vespri Siciliani 71 il 25 gennaio: i beni di Adele e della figlia vennero affidati in custodia a Lanzalungo Giuseppe, carceriere, presente al momento del sequestro e subentrato “nei locali dell’ebrea”[7]. Il 30 marzo l’Istituto Fascista Autonomo per le Case Popolari della Provincia di Milano comunicò al Prefetto che l’Istituto era venuto a conoscenza del fatto che all’interno dell’abitazione fossero presenti beni appartenenti a Basevi Adele, inquilina di “razza ebraica”, e che l’Istituto stesso aveva ormai maturato un credito pari a L. 1.123 per il mancato pagamento dell’affitto[8]. Il 30 marzo, tuttavia, Adele, che la burocrazia fascista indicava ancora come “inquilina”, era già morta. Il 9 giugno 1944 il Prefetto decretò la confisca dei beni a favore dello Stato affidandone la gestione e amministrazione all’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare (EGELI). Da un verbale redatto il 17 ottobre 1944 dall’Istituto di Credito Fondiario delle Province Lombarde, si legge che era subentrato un nuovo inquilino dato che la sua abitazione era stata danneggiata dai bombardamenti.
Dopo l’arresto della madre, Renata si ritrovò sola, priva di denaro e senza un rifugio sicuro. Per alcuni giorni trovò ospitalità presso conoscenti, finché non le fu consigliato di rivolgersi a Madre Donata Castrezzani, superiora dell’Istituto per anziani Palazzolo (oggi Palazzolo-Don Gnocchi). Grazie al suo intervento, e alla rete clandestina collegata all’avvocato Giuseppe Sala[9], Renata poté sfuggire alla macchina persecutoria trovando protezione. Fu accolta in un convento di Torno, sul lago di Como, dove lavorò come istitutrice; ma quando la sua permanenza divenne troppo rischiosa tentò, senza successo, di passare in Svizzera. Tornata a Como, riuscì a nascondersi in un altro convento per poi trovare impiego presso una famiglia fino alla fine della guerra. Rientrata a Milano dopo la Liberazione, riuscì a recuperare i beni che le erano stati sequestrati e poi confiscati durante la guerra[10].
- Archivio Centrale dello Stato, Roma;
- Archivio di Stato, Milano;
- Archivio Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano;
- Archivio Storico Intesa Sanpaolo;
- ITS Digital Archive, Arolsen Archives.
[1] Censimento 1938, Cittadella degli Archivi del Comune di Milano, Fondo Censimento Israeliti, b. xxx.
[2] Testimonianza di Renata Lombroso, ACDEC, Fondo Vicissitudini dei singoli, Serie I, b. 15, fasc. 449 Lombroso Renata.
[3] Ivi
[4] Comunicazione del Ministero dell’Interno, 8 aprile 1942, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II Serie, pratiche ebrei, fascicoli personali, b. 27, fasc. Basevi Adele.
[5] Testimonianza di Renata Lombroso, ACDEC, Fondo Vicissitudini dei singoli, Serie I , b. 15, fasc. 449 Lombroso Renata.
[6]Ivi
[7] Comunicazione della Questura di Milano al Prefetto in merito al sequestro dei beni di Adele Basevi, 22 marzo 1944, ASMi, Fondo Prefettura di Milano, Gabinetto, II serie, pratiche ebrei, confische, b. 3, fasc. Basevi Adele.
[8] Comunicazione da parte dell’Istituto Fascista Autonomo per le Case Popolari della Provincia di Milano al Prefetto, 30 marzo 1944, ASMi, Fondo Prefettura di Milano, Gabinetto, II serie, pratiche ebrei, confische, b. 3, fasc. Basevi Adele.
[9] L’avvocato Giuseppe Sala, insieme al segretario del cardinale Schuster, fu tra i principali promotori delle iniziative di sostegno ai perseguitati nel milanese. Dal suo studio di via Borgonuovo 18 organizzò una vasta rete di soccorso per ebrei, antifascisti e soldati alleati: procurava rifugi sicuri, coordinava i viaggi verso la Svizzera, manteneva i contatti tra famiglie divise e gestiva le liste delle persone entrate in relazione con la rete clandestina.
L. Picciotto, Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah.1943-1945, Einaudi, Torino, 2017. pp. 197-198.
[10] Nulla osta da parte del Monte di Credito su Pegno di Milano per la consegna dei mobili confiscati a Renata Lombroso, figlia di Adele Basevi, 15 giugno 1945, Archivio Storico Intesa Sanpaolo, cart. 36, fasc. Basevi Adele.
Comunicazione della Questura di Milano. I beni di Adele Basevi vengono affidati a Giuseppe Lanzalungo, 22 marzo 1944, ASMi, Fondo Prefettura di Milano, Gabinetto II serie, anno 1938, b. 3, fasc. Basevi Adele.

