Santo Bencich
Santo Bencich. Immagine tratta da A Niguarda una Pietra di Inciampo dedicata a Santo Bencich, in «Zona Nove», 16 novembre 2021. URL: https://www.zonanove.com/2021/11/a-niguarda-una-pietra-di-inciampo-dedicata-a-santo-bencich/ (consultato il 17 agosto 2026).
Santo Bencich
Nato il 22/04/1900 a Porec (Croazia)
Arrestato a Milano il 12/03/1944
Morto a Gusen il 24/08/1944
Motivo dell'arresto: persecuzione politica
Anno di posa della pietra: 2022
Detenzione: S. Vittore, Bergamo
Deportazione: Mauthausen, Gusen
Trasporto: 34 (partito da Bergamo il 16/03/1944, arrivato a Mauthausen il 20/03/1944)
Azienda/Fabbrica: Breda

“Li sentimmo però e li vedemmo subito tutti e cinque, quattro della Muti in borghese ma col berretto che li distingueva dagli altri repubblichini, e un tedesco in divisa. Loro con i mitra spianati, il nazi con la rivoltella. Il tedesco non ha mai parlato, uno degli italiani disse invece "abbiamo l'ordine di arrestarvi". [...] Ma alle richieste di spiegazione ansiose della mamma, rispose solo che lo avrebbero portato in caserma per fargli fare una firma che... gli avrebbe fatto passare la voglia di scioperare”.
Testimonianza di Nella Bencich, figlia di Santo Bencich, Archivio privato famiglia Bencich.

Gli scioperanti della società Ernesto Breda ascoltano le parole del Ministro tedesco per gli affari economici Walther Immanuel Funk mentre intima ai lavoratori di riprendere il lavoro, marzo 1944, AFisec, Fondo Gruppo Studio Resistenza, fasc.n.16 doc. n.834 scioperi del 1944 alla Breda. Nel cerchio rosso Santo Bencich.
Le origini istriane
Santo Leonardo Giuseppe Bencich nacque il 20 aprile del 1900 a Parenzo nell’Impero austro-ungarico. Al termine della Prima guerra mondiale Parenzo passò al Regno d’Italia. Santo Bencich proveniva da una famiglia di contadini ed era il quarto di 13 figli. Frequentò soltanto i primi anni di scuola elementare poiché la situazione economica della famiglia non gli consentiva di proseguire gli studi. La masseria in cui vivevano i nonni, infatti, non bastava a garantire il sostentamento di tutta la famiglia e, fin da piccoli, i figli maschi venivano avviati al lavoro. Santo iniziò così a lavorare prestissimo come mozzo su un peschereccio, seguendo l’esempio dei fratelli Andrea, Nino e Gigi[1]. A casa rimanevano le sorelle, impegnate nei lavori dei campi e nell’aiuto alla madre nelle attività domestiche.
Prima guerra mondiale e il lavoro nelle miniere di Albona
Durante la Prima guerra mondiale combatté per l’Impero austro-ungarico ma dopo pochi mesi disertò insieme al fratello Gigi riuscendo a rifugiarsi a Trieste[2]. Terminato il conflitto, si trasferì ad Albona (sempre nella penisola istriana) dove trovò lavoro nelle miniere. La città, nel frattempo, era entrata a far parte del Regno d’Italia. Fu proprio nelle miniere di Albona che Santo entrò in contatto con un ambiente segnato da una crescente conflittualità sociale e politica: le dure condizioni di lavoro e l’intensificarsi dello sfruttamento, insieme alla diffusione delle idee socialiste tra i lavoratori, alimentarono il malcontento dei minatori. La protesta, animata da ideali socialisti e antifascisti, portò i minatori a un’ aperta opposizione alle condizioni di lavoro imposte dalla società italiana che gestiva la miniera. Erano già nati i primi fasci del littorio e la vita in Istria, per chi li aveva contrastati, era diventata difficile. Santo si avvicinò al socialismo per poi passare al Partito Comunista dopo la scissione di Livorno nel 1921.
Il trasferimento a Milano.
Nel 1921 Santo si trasferì a Milano dove già viveva una delle sorelle. L’anno seguente venne assunto dalla Società Italiana Ernesto Breda come fonditore alla IV Sezione Siderurgica di Sesto San Giovanni[3]. Inizialmente alloggiò alla “Torretta”, una casa albergo che l’azienda all’epoca metteva a disposizione per i propri dipendenti.
Fu nel contesto di associazionismo clandestino all'interno del Partito Comunista che Santo conobbe Virginia Bassi che sposò nel giugno del 1927. Inizialmente la coppia andò a vivere in uno “squallido abbaino dove gelo d'inverno e caldo torrido d'estate si alternavano”[4]. In quella casa nacquero i primi due figli: Sergio, nel febbraio del 1928, che morì poche ore dopo, e Walter nel 1930, morto meno di due anni dopo a causa della poliomielite. Successivamente la coppia si trasferì in una delle abitazioni della “Cort di paulott", una casa cooperativa realizzata per offrire una dimora accogliente, con affitto contenuto, ai lavoratori impegnati nell’industria.
Nella nacque il 31 ottobre 1932. Per un certo periodo la famiglia si era trovata in condizioni economiche molto difficili fino a ridursi in una situazione di vera e propria indigenza. Santo lavorava appena 24 ore alla settimana e, in caso di malfunzionamenti delle macchine o di malattia, era costretto a stare a casa senza paga. Nel frattempo, anche i genitori di Santo si trasferirono a Milano e sia lui che la sorella Nina dovettero pensare anche a loro. Anche Virginia cercava di contribuire alle necessità familiari, lavorando da casa come rammendatrice e ricamatrice.
L’antifascismo della famiglia Bencich, intanto, non era passato inosservato alle autorità che erano a conoscenza del fatto che alcuni dei fratelli di Santo vivevano all’estero, dove erano emigrati per motivi politici. Per un periodo si rese quindi necessario interrompere le comunicazioni tra i vari membri della famiglia: la posta indirizzata a Santo era costantemente sottoposta al controllo delle autorità e, ogni volta che riceveva una lettera, veniva convocato alla Casa del Fascio e sottoposto a interrogatori “non certo ortodossi”[5]. In occasione delle visite di Mussolini o di altri gerarchi fascisti a Milano e in concomitanza con le adunate fasciste Bencich veniva preventivamente condotto in carcere per motivi di sicurezza.
Dalla lotta clandestina all’arresto
Dopo l’8 settembre Santo Bencich aderì al movimento clandestino aziendale e a partire dal 10 settembre, dunque fin dai primi giorni dell’occupazione nazista, entrò a far parte della 128ª Brigata Garibaldi SAP[6]. Nella sua abitazione si susseguivano le riunioni clandestine serali e nei giorni successivi ai grandi scioperi di marzo Bencich prese in considerazione la possibilità di allontanarsi temporaneamente. I preparativi per la partenza erano già fatti quando nella notte tra l’11 e il 12 marzo 1944 venne arrestato in casa propria davanti alla moglie e alla figlia Nella. Fu proprio la figlia, anni dopo, a testimoniare quel tragico momento:
Era un venerdì e papà proprio il giorno dopo se ne sarebbe andato. Sulla tavola della cucina era pronta la sacca: qualche maglione, scarponi, calze e un po' di biancheria, poca roba perché lo zaino non era grande e la scarpinata, per raggiungere la meta con gli amici che dovevano venirlo a prendere, era piuttosto lunga. C'era una luna bellissima e tante stelle, una di quelle notti, insomma, che facevano un po' paura per via delle ricognizioni del Pippo, l'aereo spia che precedeva le incursioni vere degli alleati [...] La nostra casa era piccola, l'ingresso e la camera da letto davano sulla ringhiera, mentre cucina e servizio si affacciavano a strapiombo su un cortiletto interno. Abitavamo al 5° piano e non c'era via di scampo. Sentimmo bussare alle imposte della camera, non suonare, di notte non c'era corrente e noi si usava la candela. "Chi è" chiese papà ed una voce rispose: portiere, ma non era quella del signor Mauri, un vecchio milanese che avrebbe senz'altro risposto "Purtinar" in buon dialetto meneghino [...] Li sentimmo però e li vedemmo subito tutti e cinque, quattro della Muti in borghese ma col berretto che li distingueva dagli altri repubblichini, e un tedesco in divisa. Loro con i mitra spianati, il nazi con la rivoltella. Il tedesco non ha mai parlato, uno degli italiani disse invece "abbiamo l'ordine di arrestarvi". [...] Ma alle richieste di spiegazione ansiose della mamma, rispose solo che lo avrebbero portato in caserma per fargli fare una firma che... gli avrebbe fatto passare la voglia di scioperare. Un altro italiano invece entrò in camera e senza un briciolo di pudore, con la baionetta lacerò il materasso del divano su cui ero solita dormire. Frugarono tutta la casa e videro la sacca sul tavolo: "te la stavi squagliando" e non era una domanda ma una affermazione. Lo aiutarono a vestirsi palpando tutti gli indumenti e gli fecero calzare un paio di scarpe rotte, le prime che trovarono. Noi non lo salutammo, mamma ed io eravamo bloccate, incredule e neppure lui ci salutò. Quella luna, quelle stelle che rischiaravano la fredda e ventosa notte di marzo, ci permise di vederlo quando, in mezzo al cortile, vicino all'aiuola che lo guarniva, lo circondarono e lo ammanettarono. "Ciao Santo, non ti vedo più", urlò mia madre e papà alzò verso di noi le mani chiuse dai ferri. [...] Uno dei fascisti con voce strozzata, gridò a mia madre, "cosa fate signora?". Forse temeva la reazione dei coinquilini ma, a dire il vero, reazioni non ce ne furono, tutti avevano paura. Il vento fece sbattere il cancelletto del cortile per tutta la notte e sino all'alba, alla fine del coprifuoco, io e mamma restammo in attesa... pensavamo che forse l'avremmo visto tornare. La caserma dei carabinieri era nella nostra stessa via, a poche decine di metri dalla nostra abitazione e noi un po' ci si illudeva davvero che dopo la firma di cui avevano parlato, ce lo avrebbero restituito[7].
Santo fu condotto alla caserma dei Carabinieri Greco/Turro e poi a San Vittore dove venne registrato con la matricola 1868[8]. Proprio dal carcere Bencich scrisse un messaggio che, grazie all'intercessione di conoscenti, riuscì ad arrivare ai famigliari. Il 12 o 13 marzo Bencich scriveva:
Cara Virginia e Nella trovo l'occasione per assicurarvi che io sto bene, perciò non pensate male a me. Mi trovo in compagnia con operai, colpiti come me, dalla mala sorte: Ti prego di informare i miei vecchi; ma non all'armarli perché tutto si ridurrà in una bolla di sapone. Da mangiare per me non pensate, pane e minestra ne ho. [...][9].
Altri messaggi seguirono, lasciando così traccia del suo passaggio. Da San Vittore venne trasferito al campo di Grumello e successivamente alla Caserma Umberto I di Bergamo. Da quest’ultima località scrisse, probabilmente il 17 marzo giorno della partenza:
Cara Virginia Io non so se hai ricevuto il mio precedente biglietto ma data l'occasione, approfitto di questa Sig che Abita alla Bicocca per rammentarti le mie condizioni. Morale e salute è ottima ma tutto il rimanente manca. Spero saprò affrontare anche o questo colpo che mi hanno inferto Per me non pensare Cara Virginia pensa tutto alla Nella e a tu. Come io, la sorte la segue centinaia di operai di Milano, di Niguarda, Siamo in 6 - 1 Via Monterotondo, 2 Berna e altro dove abita la Santina [...] ti prego se vieni tu o qualcuno di portarmi soprattutto pane e fumare [...] dalla al Sig. Colombo (ex ortolano) anzi settimana penserà lui a ritirarmi il solito fumare [...] per la nostra sorte nulla si sa. Siamo dei deportati per ora. Sempre coragio e che la Nella sia buona e brava, e come tu, mi abbia nel cuore [...][10].
La deportazione a Mauthausen
Questo fu l’ultimo messaggio che la moglie Virginia ricevette. Bencich venne deportato con il convoglio numero 34 per Mauthausen. Arrivato il 20, al momento della registrazione gli venne assegnata la matricola 58703. Il 24 venne trasferito al sottocampo di Gusen. Il 20 ottobre 1944 la moglie ricevette una lettera da parte delle autorità tedesche nella quale si leggeva: “Abbiamo il dispiacere di comunicarvi che suo marito, Bencich Santo, giunto in Germania per motivi di lavoro, è deceduto in seguito a ferite riportate in un attacco aereo anglo-americano il 24 agosto 1944. [...]"[11]. Le autorità naziste erano solite inviare lettere di notifica alle famiglie dei deportati con comunicazioni standardizzate. Le notizie giunte dopo la guerra sul destino di Santo Bencich, dimostrarono, infatti, che la notifica ricevuta dalla moglie Virginia, era falsa[12].
- Archivio Associazione Nazionale ex deportati politici nei campi nazisti, Sezione Sesto San Giovanni (MI)
- Archivio Centrale dello Stato, Roma
- Archivio di Stato, Milano
- Archivio Fondazione ISEC
- Archivio privato discendenti di Santo Bencich
- Arolsen Digital Archives
[1] Testimonianza di Nella Bencich, figlia di Santo Bencich, Archivio privato famiglia Bencich.
[2] Testimonianza di Nella Bencich, figlia di Santo Bencich, Archivio privato famiglia Bencich.
[3] G. Valota, Streikertransport. La deportazione politica nell'area industriale di Sesto San Giovanni 1943-1945, Guerini e Associati, Milano, 2007, p. 299.
[4] Testimonianza di Nella Bencich, figlia di Santo Bencich, Archivio privato famiglia Bencich.
[5] Ibidem.
[6] Dichiarazione della 128ª Brigata Garibaldi, 17 luglio 1946, Scheda nominativa intestata a Bencich Santo, consultata sulla banca dati online Partigiani d'Italia, Qualifica riconosciuta: Caduto, ACS, fondo Ministero della Difesa, Schedari della Commissione per il riconoscimento delle qualifiche partigiane (Ricompart), Commissione regionale Lombardia. URL: https://partigianiditalia.cultura.gov.it/ (consultato il 5 agosto 2026).
[7] Testimonianza di Nella Bencich, figlia di Santo Bencich, Archivio privato famiglia Bencich.
[8] Registro di iscrizione dei detenuti Carceri Giudiziarie di Milano 1940-1945, ASMi, Fondo giudiziarie di Milano Serie Registri di iscrizione dei detenuti, registro n. 222.
[9] Biglietto inviato da Santo Bencich alla famiglia da S. Vittore, 12 o 13 marzo 1944, Archivio privato famiglia Bencich.
[10] Biglietto inviato da Santo Bencich dalla Caserma Umberto I di Bergamo, probabilmente il 17 marzo 1944 giorno della partenza, Archivio privato famiglia Bencich.
[11] Testimonianza di Nella Bencich, figlia di Santo Bencich, Archivio privato famiglia Bencich.
[12] Lettera inviata dal Comando tedesco di Milano alla moglie Virginia Bassi nella quale si comunicava che Santo Bencich era morto a seguito di un bombardamento angloamericano il 24 agosto 1944, 17 ottobre 1944, Archivio privato discendenti Santo Bencich.
Documento attestante la partecipazione di Santo Bencich alle attività clandestine del gruppo comunista della IV sezione Siderurgica della Società Italiana Ernesto Breda, 8 settembre 1945, AANED sezione Sesto San Giovanni, fasc.: “Bencich Santo”.
Dichiarazione della 128ª Brigata Garibaldi SAP attestante la partecipazione di Santo Bencich alla formazione partigiana dopo l’8 settembre 1943, 17 maggio 1946, Archivio privato della famiglia Bencich.
Durante il viaggio di deportazione verso il campo di concentramento di Mauthausen, Santo Bencich riuscì a scrivere alcuni messaggi lasciandoli cadere dal convoglio ferroviario, nella speranza che qualcuno li raccogliesse per inoltrarli ai destinatari.Uno dei biglietti fu scritto quando Santo Bencich si trovava ancora a Grumello (Bergamo). Nel biglietto si rivolge alla moglie e alla figlia, fornendo le poche informazioni di cui era a conoscenza.
Marzo 1944, Archivio privato della famiglia Bencich.
