Luigi Azria

Pietra in Via Pomposa 4
Richiesta da Bruno Cova
Luigi Azria, impiegato delle Poste e dei Telegrafi di Milano, fu uno dei tanti ebrei la cui vita venne sconvolta dalle leggi razziali che lo costrinsero a una condizione di privazioni e stenti fino alla deportazione. La burocrazia si accanì contro di lui non soltanto quando era in vita, ma anche molti anni dopo la sua morte.
“I suddetti coniugi vivono di una modesta pensione di L. 250 mensili. L’Azria, che è affetto da grave vizio cardiaco, non ha requisiti per poter aspirare alla discriminazione”.
Comunicazione della Questura di Milano, 23 agosto 1939, ACSMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II serie, anno 1938, b.16.
“I suddetti coniugi vivono di una modesta pensione di L. 250 mensili. L’Azria, che è affetto da grave vizio cardiaco, non ha requisiti per poter aspirare alla discriminazione”.
Comunicazione della Questura di Milano, 23 agosto 1939, ACSMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II serie, anno 1938, b.16.

Documentazione relativa alla domanda di discriminazione di Luigi Azria, ASMi, Fondo Prefettura di Milano, Gabinetto II serie, anno 1938, b. 16.
Luigi Azria nacque a Livorno il 21 giugno del 1895 da Felice e Ada Belelli. Allo scoppio della Prima guerra mondiale fu riformato per una malattia cardiaca e venne assunto come dipendente presso l’Ufficio Telegrafico. Nel corso degli anni Venti fu trasferito a Milano presso la Direzione Provinciale delle Poste e del Telegrafo ricoprendo il ruolo di Ufficiale di 3a Classe. Il 9 dicembre del 1929 Luigi si sposò con Margherita Scandiani, casalinga. Nell’agosto del 1935 riuscì a ottenere un sussidio da Mussolini poiché la miocardite lo aveva costretto a chiedere un periodo di aspettativa di cinque mesi dal lavoro. Sempre negli stessi anni fece due volte domanda come volontario e come impiegato civile nella Guerra d’Etiopia ma la domanda fu respinta per insufficienza del personale telegrafico in Italia[1].
Nel novembre del 1938 entrarono in vigore le leggi razziali. Luigi, temendo per la propria posizione lavorativa, scrisse una lettera allo stesso Mussolini: “Il sottoscritto [...] essendo venuto a conoscenza che i cittadini italiani di razza ebraica non possono occupare posti negli impieghi di Stato rivolge e supplica [...] di voler che il sottoscritto rimanga a prestare servizio come funzionario di Stato nel suo impiego. [...] ha 17 anni e mezzo di servizio in ruolo, un fratello che è stato volontario di Guerra nella Grande Guerra Mondiale Ingegnere Istruttore Soc. Montecatini Porto Marghera (Venezia) il padre Direttore ai Telefoni di Livorno, morto in servizio nell’Azienda dei Telefoni ad Alessandria, il 4 ottobre 1927 che per 30 anni ha servito l’Amministrazione di Stato. Il provvedimento [...] verrebbe a colpire il sottoscritto che essendo sofferente di miocardite non potrebbe andare avanti con la liquidazione della pensione minima, avendo anche la moglie sofferente, e prega l’E.V. se può lasciarlo al suo posto”[2]. La lettera non fu ovviamente presa in considerazione e Luigi venne sospeso a partire dal 1° marzo del 1939.
La sola possibilità per Azria di mantenere il suo posto sarebbe stata la domanda di discriminazione. Il Ministero si rivolse alla Prefettura di Milano per avere informazioni su di lui; il Prefetto, a sua volta, chiese al Questore di riferire in merito ai precedenti “morali, civili e politici di Luigi e di “voler fare concrete proposte circa il seguito da dare alla domanda”[3], in una trafila burocratica che conferma come la persecuzione razziale penetrò in tutti i gangli della società italiana e come ciascuno fece con solerzia la sua parte. Come scrisse il Questore alla Direzione Generale per la Demografia e la Razza: “[…] l’Azria, che è affetto da grave vizio cardiaco, non ha requisiti per poter auspicare alla discriminazione[4]”. Luigi dovette dunque continuare a vivere con quella che lo stesso questore aveva definito “misera pensione di L. 250 mensili”[5].
L’8 novembre del 1943 Luigi venne arrestato a casa, “prelevato dai tedeschi”[6] come ricordò la moglie dopo la fine della guerra e trasferito presso il carcere di San Vittore dove rimase fino al 30 gennaio 1944 quando venne condotto alla stazione centrale di Milano e qui caricato sul convoglio numero 24 diretto ad Auschwitz. Non si hanno informazioni certe; quasi sicuramente Luigi fu inviato alle camere a gas appena arrivato.
Con il decreto 1898/682 del Capo della Provincia di Milano il 7 luglio 1944 venne decretata la confisca a favore dello Stato dei “mobili, suppellettili e quant’altro si trovi nello appartamento in Milano sito in via Pomposa n. 4 (alloggio 23)”[7]. Nei mesi successivi, l’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare, a cui era stata affidata la gestione dei beni di Azria, emise delega nei confronti di altri due istituti, il Credito Fondiario delle Province Lombarde e, successivamente, il Monte di Credito su Pegno di Milano per la gestione e presa in possesso dei beni. Il 31 dicembre 1944 il perito stimatore Bosisio Pietro che, rappresentando il Monte di Credito su Pegno, si recò nell’abitazione di Luigi e stilò un elenco di tutti i beni in suo possesso per un valore stimato complessivamente in L. 5.140. L’appartamento venne dato in custodia ad una signora di nome Maria Scotti la cui abitazione, sita in via Galeazzo Alessi, era stata danneggiata dai bombardaemti. La stessa signora venne nominata custode e conservatrice del mobilio. Ma Luigi, che era arrivato ad Auschwitz nei primi giorni di febbraio, al momento della confisca era già morto.
Finita la guerra la moglie Margherita avviò una pratica per ricevere una pensione indiretta e una indennità di buonuscita relative ai mesi in cui il marito era stato rimosso dal suo posto di lavoro. Furono numerosi i solleciti che la donna inviò all’Amministrazione. La corrispondenza e le richieste di pagamento si susseguirono per anni. Infatti, la ricezione della pensione prevedeva non solo l’accertamento e il riconoscimento ufficiale della morte del marito, ma anche la ricostruzione della sua carriera quando era ancora in servizio. Il 22 maggio del 1950, Margherita scrisse: “Sono ormai 7 anni che vivo di ripieghi, di stenti, di umiliazioni e sembra quasi incredibile che l’Amministrazione non abbia potuto trovare il modo di arrivare, se non ad una liquidazione totale, almeno a una parziale. Non ritengo aggiunger altro, perché la pratica si commenta da sé! Confido nel buon cuore di codesta Amministrazione perché il Ministero sia vivamente sollecitato perché una conclusione venga realizzata[8]”. Esattamente due mesi dopo la lettera inviata dalla moglie di Luigi, il 22 luglio 1950, giunse un’ulteriore comunicazione, che rappresenta l’ultimo documento al momento rintracciato. In essa si riferiva che il decreto relativo alla ricostruzione della carriera di Luigi non era ancora stato restituito registrato dalla Corte dei conti. Solo una volta completata tale registrazione sarebbe stato possibile procedere alla liquidazione del trattamento di quiescenza spettante alla vedova[9].
La perdita del lavoro e le difficoltà economiche
Nel novembre del 1938 entrarono in vigore le leggi razziali. Luigi, temendo per la propria posizione lavorativa, scrisse una lettera allo stesso Mussolini: “Il sottoscritto [...] essendo venuto a conoscenza che i cittadini italiani di razza ebraica non possono occupare posti negli impieghi di Stato rivolge e supplica [...] di voler che il sottoscritto rimanga a prestare servizio come funzionario di Stato nel suo impiego. [...] ha 17 anni e mezzo di servizio in ruolo, un fratello che è stato volontario di Guerra nella Grande Guerra Mondiale Ingegnere Istruttore Soc. Montecatini Porto Marghera (Venezia) il padre Direttore ai Telefoni di Livorno, morto in servizio nell’Azienda dei Telefoni ad Alessandria, il 4 ottobre 1927 che per 30 anni ha servito l’Amministrazione di Stato. Il provvedimento [...] verrebbe a colpire il sottoscritto che essendo sofferente di miocardite non potrebbe andare avanti con la liquidazione della pensione minima, avendo anche la moglie sofferente, e prega l’E.V. se può lasciarlo al suo posto”[2]. La lettera non fu ovviamente presa in considerazione e Luigi venne sospeso a partire dal 1° marzo del 1939.
La sola possibilità per Azria di mantenere il suo posto sarebbe stata la domanda di discriminazione. Il Ministero si rivolse alla Prefettura di Milano per avere informazioni su di lui; il Prefetto, a sua volta, chiese al Questore di riferire in merito ai precedenti “morali, civili e politici di Luigi e di “voler fare concrete proposte circa il seguito da dare alla domanda”[3], in una trafila burocratica che conferma come la persecuzione razziale penetrò in tutti i gangli della società italiana e come ciascuno fece con solerzia la sua parte. Come scrisse il Questore alla Direzione Generale per la Demografia e la Razza: “[…] l’Azria, che è affetto da grave vizio cardiaco, non ha requisiti per poter auspicare alla discriminazione[4]”. Luigi dovette dunque continuare a vivere con quella che lo stesso questore aveva definito “misera pensione di L. 250 mensili”[5].
L’arresto e la deportazione
L’8 novembre del 1943 Luigi venne arrestato a casa, “prelevato dai tedeschi”[6] come ricordò la moglie dopo la fine della guerra e trasferito presso il carcere di San Vittore dove rimase fino al 30 gennaio 1944 quando venne condotto alla stazione centrale di Milano e qui caricato sul convoglio numero 24 diretto ad Auschwitz. Non si hanno informazioni certe; quasi sicuramente Luigi fu inviato alle camere a gas appena arrivato.
La confisca dei beni
Con il decreto 1898/682 del Capo della Provincia di Milano il 7 luglio 1944 venne decretata la confisca a favore dello Stato dei “mobili, suppellettili e quant’altro si trovi nello appartamento in Milano sito in via Pomposa n. 4 (alloggio 23)”[7]. Nei mesi successivi, l’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare, a cui era stata affidata la gestione dei beni di Azria, emise delega nei confronti di altri due istituti, il Credito Fondiario delle Province Lombarde e, successivamente, il Monte di Credito su Pegno di Milano per la gestione e presa in possesso dei beni. Il 31 dicembre 1944 il perito stimatore Bosisio Pietro che, rappresentando il Monte di Credito su Pegno, si recò nell’abitazione di Luigi e stilò un elenco di tutti i beni in suo possesso per un valore stimato complessivamente in L. 5.140. L’appartamento venne dato in custodia ad una signora di nome Maria Scotti la cui abitazione, sita in via Galeazzo Alessi, era stata danneggiata dai bombardaemti. La stessa signora venne nominata custode e conservatrice del mobilio. Ma Luigi, che era arrivato ad Auschwitz nei primi giorni di febbraio, al momento della confisca era già morto.
Finita la guerra la moglie Margherita avviò una pratica per ricevere una pensione indiretta e una indennità di buonuscita relative ai mesi in cui il marito era stato rimosso dal suo posto di lavoro. Furono numerosi i solleciti che la donna inviò all’Amministrazione. La corrispondenza e le richieste di pagamento si susseguirono per anni. Infatti, la ricezione della pensione prevedeva non solo l’accertamento e il riconoscimento ufficiale della morte del marito, ma anche la ricostruzione della sua carriera quando era ancora in servizio. Il 22 maggio del 1950, Margherita scrisse: “Sono ormai 7 anni che vivo di ripieghi, di stenti, di umiliazioni e sembra quasi incredibile che l’Amministrazione non abbia potuto trovare il modo di arrivare, se non ad una liquidazione totale, almeno a una parziale. Non ritengo aggiunger altro, perché la pratica si commenta da sé! Confido nel buon cuore di codesta Amministrazione perché il Ministero sia vivamente sollecitato perché una conclusione venga realizzata[8]”. Esattamente due mesi dopo la lettera inviata dalla moglie di Luigi, il 22 luglio 1950, giunse un’ulteriore comunicazione, che rappresenta l’ultimo documento al momento rintracciato. In essa si riferiva che il decreto relativo alla ricostruzione della carriera di Luigi non era ancora stato restituito registrato dalla Corte dei conti. Solo una volta completata tale registrazione sarebbe stato possibile procedere alla liquidazione del trattamento di quiescenza spettante alla vedova[9].
Maria Grazia Villaggio
Archivi consultati:
- Archivio Centrale dello Stato, Roma;
- Archivio di Stato, Milano;
- Archivio Storico Intesa Sanpaolo;
- Cittadella degli Archivi del Comune di Milano;
- ITS Digital Archive, Arolsen Archives.
Note:
[1] Lettera di Luigi Azria indirizzata a Benito Mussolini, 17 novembre 1938, ACS, MI, Demorazza (1938-1943), b. 25, fasc. 1971 Azria Luigi.
[2] Lettera indirizzata a Mussolini, 17 novembre 1938, ACS, MI, Demorazza (1938-1943), b. 25, fasc. 1971 Azria Luigi.
[3] Comunicazione della Prefettura di Milano in merito alla domanda di discriminazione di Luigi Azria, 10 luglio 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II serie, anno 1938, b.16, fasc. Azria Luigi.
[4] Comunicazione della Questura di Milano in merito alla domanda di discriminazione di Luigi Azria, 23 agosto 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II serie, anno 1938, b.16, fasc. Azria Luigi.
[5] Comunicazione della Questura di Milano in merito alla domanda di discriminazione di Luigi Azria, 23 agosto 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II serie, anno 1938, b.16, fasc. Azria Luigi.
[6] Sollecito inoltrato dalla moglie di Luigi Azria, Margherita Scandiani, alla Direzione delle Poste e delle Telecomunicazioni per l’ottenimento della pensione del marito, ASMi, Fondo Ufficio Telegrafico e Direzione provinciale delle poste e telegrafi di Milano, b. 421, fasc. 3673 Azria Luigi.
[7] Atto di confisca dei beni di Luigi Azria, 7 luglio 1944, Archivio Storico Intesa Sanpaolo, Patrimonio Cariplo (ASI-CAR), Fondo Egeli, cart. 34, fasc. Azria Luigi.
[8] Sollecito inoltrato dalla moglie di Luigi Azria, Margherita Scandiani, alla Direzione delle Poste e delle Telecomunicazioni per l’ottenimento della pensione del marito, ASMi, Fondo Ufficio Telegrafico e Direzione provinciale delle poste e telegrafi di Milano, b. 421, fasc. 3673 Azria Luigi.
[9] Comunicazione del Ministero delle Poste e delle Comunicazioni alla Direzione Provinciale delle Poste e dei Telegrafi di Milano, 22 luglio 1950, ASMi, Fondo Ufficio Telegrafico e Direzione provinciale delle poste e telegrafi di Milano, b. 421, fasc. 3673 Azria Luigi.

