Pietre d'inciampo Milano - Biografia

Giulia Enrichetta Basevi Forti

Enrichetta Giulia Forti Basevi Yad Vashem. The World Holocaust Remembrance Center, Collezione Hall of Names photos, documento n. 15000/14225566 https://collections.yadvashem.org/en/photos/14225566

Giulia Enrichetta Basevi Forti


Nata il 10/11/1884 a Verona
Arrestata a Pino (VA) il 05/12/1943
Morta a Auschwitz

Motivo dell'arresto: persecuzione razziale


Anno di posa della pietra: 2019
Detenzione: Varese, S. Vittore
Deportazione: Auschwitz
Trasporto: 12 (partito da Milano il 06/12/1943, arrivato a Auschwitz il 11/12/1943)

Pietra in Via F.lli Bronzetti, 33
Richiesta da Adriana Goldstaub

Enrichetta Giulia Anna Rebecca Forti nacque il 10 novembre 1884 a Verona. Rimasta vedova, dopo la Prima guerra mondiale, si trasferì a Milano insieme ai suoi figli. Ebrea, dopo l’inizio delle deportazioni, tentò di scappare in Svizzera per mettersi in salvo. Il fallimento della fuga, dovuto alla politica dei respingimenti adottata dalle autorità svizzere, portò al suo arresto e alla successiva deportazione ad Auschwitz.

 Abbiamo risalito la montagna, con in mano una pianta, su e giù per i sentieri. C’era il pericolo di incontrare tedeschi o fascisti, ma l’unica cosa da fare era mimetizzarsi il più possibile. Scesi in paese abbiamo bussato a una porta, lì ci hanno accolto, [...] Poi bus fino a Intra, battello, Laveno, treno fino a Milano. Che rischio!
Testimonianza di Emilio Basevi, figlio di Enrichetta, in  R. Broggini, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia verso la Svizzera 1943-1945, Mondadori, Milano 1998, p.101.
Gli anni veronesi

Enrichetta Giulia Forti nacque a Verona il 10 novembre 1884 da Leopoldo ed Emilia Basevi.  Vi erano anche Gilda e Mario, sorella e fratello di Enrichetta.

A 23 anni, Enrichetta sposò il cugino Licinio Basevi. Nel giro di pochi anni arrivarono Girolamo, Guglielmina, Emilio, Ettore ed Elda. Cinque figli e figlie. Le giornate di Enrichetta erano attraversate dalla cura della casa e dei figli. Licinio lavorava come commerciante. Se anche Enrichetta partecipasse a quell'attività è una domanda che le fonti, per ora, lasciano aperta.

Negli anni della Prima guerra mondiale Licinio partì volontario per il fronte, lasciando a Verona Enrichetta e l’intera famiglia. Tornò ma morì a causa della febbre spagnola in un ospedale da campo a Gorizia l’11 febbraio 1919[1] . La guerra era finita da pochi mesi.

Per Enrichetta iniziava una vita diversa, come unica genitrice di cinque figli. E si trovò a doverne garantire il sostentamento. Cercò di mantenere unita la famiglia continuando l’attività del marito contando anche sulla pensione di vedova di guerra[2]
Il trasferimento a Milano

Il tentativo di provvedere in questo modo a sé e ai figli cambiò quando Enrichetta lasciò Verona per trasferirsi a Milano, dove iniziò a lavorare come sarta.

Per gli anni Venti e gran parte degli anni Trenta si perdono quasi del tutto le sue tracce. Non si sa come abbia costruito la sua vita milanese, quali relazioni abbia stretto, come abbia lavorato o dove abbia abitato.  La documentazione torna a restituirci alcuni frammenti della sua storia dal 1938, quando il censimento della popolazione ebraica iniziò una vera e propria schedatura degli ebrei.

A Milano Enrichetta si sposò una seconda volta, con Enrico Calà, un uomo di origini siciliane[3] e tra il 1938 e il 1939 rimase vedova ancora una volta. Nello stesso periodo perse anche il figlio Gino[4].

Dopo lo scoppio della guerra e l’inizio dei bombardamenti su Milano Enrichetta trovò riparo in una cascina a Ospedaletto Lodigiano, in provincia di Lodi. Un altro spostamento. Non si sa se sola o con i figli.
Il tentativo di fuga in Svizzera e l’arresto

Nei primi giorni del dicembre 1943 Enrichetta decise, insieme ai figli Elda ed Emilio, di provare ad attraversare il confine svizzero in cerca di salvezza.

Dopo l’8 settembre e l’occupazione tedesca, tentare di raggiungere la Svizzera era diventato sempre più pericoloso. I primi arresti sul versante di confine del Lago Maggiore avvennero nell’ottobre del 1943[5].

È la testimonianza di Emilio Basevi che consente di ricostruire il tentativo di fuga di Enrichetta con lui ed Elda insieme alla famiglia Latis, proveniente da Milano[6], All’alba del 5 dicembre le due famiglie si diressero verso il monte Gridone, che sovrasta Brissago, in Svizzera. Giorgio, figlio dei coniugi Latis, faceva da guida al gruppo. Una volta superato il confine egli tornò in Italia, convinto che la sua famiglia fosse in salvo. In realtà come racconta Emilio il piccolo gruppo era stato intercettato da una pattuglia di guardie svizzere, che, dopo aver dato loro cibo e acqua, li respinse dal territorio elvetico: «Partiti al mattino, passati in Svizzera dal monte, scesi, fermati dalle guardie di confine, siamo stati accompagnati a Brissago, rifocillati, poi interrogati da un ufficiale dell’esercito svizzero che ci chiese se avessimo mezzi. Rispondemmo di no»[7].

Il passaggio del confine, dunque, non garantiva la salvezza. L’ufficiale svizzero propose a Enrichetta, Elda ed Emilio e ai Latis di raggiungere in barca la sponda italiana del lago: «Hanno prospettato - continuava la testimonianza di Emilio - di trasferirci dalla parte opposta in barca. Sarebbe stato meno pericoloso. Da lì a Pino. Mia mamma aveva speranza: “Forse di là mi tengono”»[8]

Cinque parole. Forse bastano a restituire la speranza e il coraggio necessario per continuare a cercare una possibilità di salvezza dopo essere stata già respinta.

Emilio ed Elda rifiutarono la proposta dell’ufficiale e decisero di tornare indietro attraverso il monte: «Abbiamo risalito la montagna, con in mano una pianta, su e giù per i sentieri. C’era il pericolo di incontrare tedeschi o fascisti, ma l’unica cosa da fare era mimetizzarsi il più possibile. Scesi in paese abbiamo bussato a una porta, lì ci hanno accolto, [...] Poi bus fino a Intra, battello, Laveno, treno fino a Milano. Che rischio!»[9]

Enrichetta tornò indietro con i Latis e tentò ancora di entrare in Svizzera dalla parte di Dirinella. E di nuovo furono respinti, dovettero rientrare in Italia da Pino Lago Maggiore. Presero allora un treno sul quale furono individuati e arrestati da una pattuglia della milizia italiana. Enrichetta fu dapprima imprigionata a Varese[10] e poi trasferita nel carcere di San Vittore, a Milano. Il 30 gennaio 1944 fu deportata ad Auschwitz con il trasporto n. 34, insieme ai Latis. La data e il luogo della sua morte sono ignoti, ma è probabile che Enrichetta Forti sia stata uccisa all’arrivo nel campo di sterminio all’età di sessanta anni.

Archivi consultati:
  • Archivio di Stato, Milano
  • Archivio di Stato, Varese
  • Archivio Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Milano
  • Yad Vashem. The World Holocaust Remembrance Center

Note:
[1] Domanda di estensione del beneficio della discriminazione a favore dei germani Basevi Gino fu Licinio e Forti Enrichetta, 26 novembre 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II Serie, pratiche ebrei, fascicoli personali, b. 16, fasc.: “Forti ved. Basevi, Enrichetta”.

[2] Domanda di discriminazione di Enrichetta Forti fu Leopoldo, 6 luglio 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II Serie, pratiche ebrei, fascicoli personali, b. 16, fasc.: “Forti ved. Basevi, Enrichetta”.

[3] Accertamenti della Legione Territoriale dei Carabinieri di Milano per la concessione della discriminazione a Enrichetta Forti, 3 giugno 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II Serie, pratiche ebrei, fascicoli personali, b. 16, fasc.: “Forti ved. Basevi, Enrichetta”.

[4] Domanda di estensione del beneficio della discriminazione a favore dei germani Basevi Gino fu Licinio e Forti Enrichetta, 26 novembre 1939, ASMi, Fondo Prefettura, Gabinetto, II Serie, pratiche ebrei, fascicoli personali, b. 16, fasc.: “Forti ved. Basevi, Enrichetta”

[5] F. Scomazzon, F. Giannantoni, Maledetti figli di Giuda, vi prenderemo! La caccia nazifascista agli ebrei in una terra di confine. Varese 1943-1945, Varese, Arterigere-EsseZeta, 2005, p. 57.

[6] Leone Latis nato a Modena il 4 giugno 1886, la moglie Annita Bolaffi nata a Osimo il 7 agosto 1886, la figlia Liliana Latis nata a Modena il 15 giugno 1921.

[7] R. Broggini, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia verso la Svizzera 1943-1945, Mondadori, Milano 1998, p.101.

[8]  Ivi, pp.88-89.

[9]  Ivi,  p.101

[10] Registro del carcere di Varese, ASVa, Fondo Carcere di Varese, Registro n.4.