Famiglia Latis Bolaffi
Pietra in Via Filippo Carcano, 5
Richiesta da Giorgio Latis
Annita Latis Bolaffi
Nata il 15/06/1921Arrestata a Brissago (Varese) il 01/11/1943
Morta a Auschwitz
Motivo dell'arresto: persecuzione razziale
Pietra in Via Filippo Carcano, 5
Richiesta da Giorgio Latis
In sintesi
La famiglia Latis Bolaffi, formata dai genitori e i figli Giorgio e Liliana, di origine ebraica, viveva a Milano dove cercò di affrontare le conseguenze delle persecuzioni razziali. Dopo l’occupazione nazista i genitori e la figlia Liliana cercarono di fuggire in Svizzera, ma furono respinti dalle autorità e deportati ad Auschwitz dove morirono. Giorgio, invece, rimase in Italia dove si unì alla Resistenza; venne fucilato nei giorni della Liberazione di Torino.
“[...] Ebbene sì, siamo nati per soffrire, ma io sono ancora nella primavera della vita e l’amore mi sorride e tante altre belle cose. [...]”
Lettera di Liliana Latis scritta durante gli anni della guerra da Imbersago alla cugina Marta detta Martina. Archivio privato discendenti della famiglia Latis.
“[...] Ebbene sì, siamo nati per soffrire, ma io sono ancora nella primavera della vita e l’amore mi sorride e tante altre belle cose. [...]”
Lettera di Liliana Latis scritta durante gli anni della guerra da Imbersago alla cugina Marta detta Martina. Archivio privato discendenti della famiglia Latis.

DEA rivista mensile della moda, numero del 15 novembre 1941 Milano, Biblioteca nazionale centrale di Roma.
Le origini modenesi
Leone Latis nacque a Modena il 4 giugno 1886 da Vito e Imelde Mortara. Primogenito, dopo la morte del padre fu l'unico a poter proseguire gli studi universitari. Conseguì la laurea in giurisprudenza ma non esercitò mai la professione di avvocato. Si recò per un periodo in Egitto, dove viveva uno zio, per crearsi una carriera lavorativa ma l’esperienza non ebbe l’esito sperato[1]. Tornato in Italia rilevò dai parenti materni un negozio di maglieria a Modena[2]. Nel 1919 sposò Annita Bolaffi, nata il 7 agosto 1892 a Osimo, in provincia di Ancona; dalla loro unione nacquero due figli: Giorgio, l’1 luglio 1920, e Liliana, il 15 giugno 1921.
Il trasferimento da Modena a Milano
Gli affari del negozio di maglieria non andavano bene e i Latis, nei primi anni ‘30 decisero di cedere l’attività e trasferirsi a Milano dove già viveva Giuseppe, fratello di Leone, insieme alla sua famiglia. Annita trovò impiego presso uno studio legale che si occupava di brevetti; un’occupazione stabile che le permise di garantire per anni il sostentamento della famiglia, mentre Leone non trovò un’occupazione stabile.
Liliana frequentò il Regio Istituto Magistrale “Carlo Tenca” diplomandosi nell’estate del 1938. Giorgio, studiava ragioneria e frequentava l’istituto “Moreschi”. Con l’avvento delle leggi razziali venne espulso da scuola e riuscì a conseguire il diploma da privatista[3].
Non potendo frequentare l’'università Liliana e Giorgio cercarono un’occupazione: Giorgio, grazie all’aiuto dello zio Giuseppe, ottenne alcuni lavori nel campo degli apparecchi di illuminazione[4] mentre Liliana riuscì a collaborare, usando uno pseudonimo, con la rivista Dea rivista mensile della moda[5].
Lo scoppio della guerra e il primo tentativo di fuga.
Il 6 maggio 1942 il Ministero dell’Interno del Regno d’Italia introdusse la precettazione obbligatoria, gli ebrei - espulsi dall’esercito - dovevano fare lavori socialmente utili per sostenere lo sforzo bellico del paese: Liliana fu mandata a lavorare presso una fabbrica di scatole a Sesto San Giovanni, Giorgio a svolgere dei lavori stradali[6]. L’inizio dei bombardamenti su Milano indusse la famiglia a lasciare la città e a sfollare a Imbersago in provincia di Lecco. Annita e i figli continuarono a recarsi a Milano per lavorare ogni giorno. Dopo l’occupazione nazista Giorgio prese la decisione di entrare nella Resistenza aderendo alle formazioni della Brianza e del monzese[7].
Iniziarono intanto le deportazioni e i Latis tentarono di fuggire in Svizzera.[8].
Il 6 novembre 1943 Liliana si presentò alla frontiera svizzera di Pugerna–Caprino. Il suo nome è infatti riportato nel registro compilato dalle guardie di turno alla dogana.
Accanto al suo nome figura, caso unico in tutto il registro, una nota personale del doganiere in servizio che, pur trattandosi di un atto ufficiale, la indicò come «quella che mi è piaciuta di più»[9]. Nel registro non risultano i nomi di Leone e della moglie Annita, ma non si può escludere che si trovassero anch’essi con la figlia: non era raro, infatti, che i nomi di alcuni richiedenti respinti non venissero registrati. Dalla trascrizione emerge, senza spiegazioni, che Liliana venne respinta e costretta a tornare in Italia nonostante si trovasse già in territorio svizzero.
Il secondo tentativo di fuga
Un mese dopo, il 5 dicembre 1943, Liliana e i genitori tentarono nuovamente di passare in Svizzera, questa volta insieme a un’altra famiglia, quella di Giulia Enrichetta Forti e dei figli, Elda ed Emilio Basevi; sarà proprio quest’ultimo a rilasciare, in seguito, una testimonianza dell’accaduto. Le due famiglie si misero in cammino al mattino presto guidati da Giorgio Latis. Una volta passato il confine, Giorgio fece ritorno verso l’Italia, convinto che tutti fossero ormai in salvo. I fuggiaschi vennero però intercettati dalle guardie svizzere e nuovamente respinti. I Latis e Enrichetta Forti vennero arrestati mentre cercavano di tornare in treno a Milano. “I Latis erano già stati respinti, lo si capiva perché gli svizzeri tagliavano un angolino del passaporto o della carta d’identità”[10]. Tagliare un angolo del documento era probabilmente una tecnica che era stata ideata in Svizzera nelle settimane precedenti per intercettare coloro che erano già stati respinti una prima volta.
Liliana e i genitori vennero inizialmente condotti al carcere di Varese, poi trasferiti a San Vittore a Milano dove rimasero fino al 30 gennaio 1944, quando vennero deportati ad Auschwitz con il convoglio 24. Né Liliana né i genitori sopravvissero alla deportazione ma non sono note le date di morte.
Nel frattempo Giorgio proseguì la sua attività come partigiano, unendosi a bande che operavano nelle zone di Monza e Brianza. Nell’aprile del 1944 venne imprigionato nel carcere di San Vittore ma riuscì a fuggire e raggiunse Torino dove continuò la sua battaglia nella Resistenza. Il 26 aprile 1945, nei giorni dell’insurrezione era di ritorno verso Torino dopo aver consegnato l’ordine di avanzare verso la città ad alcune formazioni che operavano sulle colline di Pino Torinese. Fermato ad un posto di blocco della Guardia Nazionale Repubblicana di Reaglie, sulla collina torinese, venne perquisito e trovato in possesso di documenti compromettenti e di una pistola. Venne fucilato sul posto[11].
Maria Grazia Villaggio
Archivi consultati:
- Archivio di Stato, Milano
- Archivio Federale Svizzero
- Archivio Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea
- Archivio privato famiglia Latis
Note:
[1] Intervista realizzata da Giorgio Latis Jr. a Marta Latis, 1994, Archivio privato Giorgio Latis.[2] Intervista realizzata da Giorgio Latis Jr. a Gustavo Latis, 28 maggio 1994, Archivio privato Giorgio Latis.
[3] E. Palumbo, L’Istituto Tecnico Commerciale Nicola Moreschi in P. Baldi, E. Palumbo, G. Piazza (a cura di)I, Foto di classe senza ebrei Archivi scolastici e persecuzione a Milano (1938-1943), Milano, Biblion Edizioni, 2022, pp. 159-169.
[4] Intervista realizzata da Giorgio Latis Jr. a Gustavo Latis, 28 maggio 1994, Archivio privato Giorgio Latis.
[5] Intervista realizzata da Giorgio Latis Jr. a Lidia Spetrino, aprile 1994, Archivio privato Giorgio Latis.
[6] Ibidem.
[7] N. Adduci, Che il silenzio non sia silenzio: memoria civica dei caduti della Resistenza a Torino, Città di Torino, 2003, p. 134.
[8] AFS, segnatura E4264#1985/196#22823, titolo dossier: “Latis-Modena, Gianetta, 23.06.1889; Latis, Gustavo, 15.06.1920; Latis, Giu seppe, 02.12.1887; Latis, Mario, 19.03.1916; Latis, Marta, 12.09.1921; Latis, Vito, 29.07.1912”.
[9] AFS, segnatura E6357A#1995/393#12, Registro “Controllo fuggiaschi”.
[10] R. Broggini, La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia verso la Svizzera 1943-1945, Mondadori, Milano 1998, p.101.
[11] G. Vaccarino, C. Gobetti R. Gobbi (a cura di), L'insurrezione di Torino, cit., p. 45 e Lapidi della città di Torino ai caduti per la liberazione, Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea. Contenuto consultabile al seguente link:
http://intranet.istoreto.it/lapidi/sk_lapide.asp?id=111 (Consultato il 20 ottobre 2025).
Documenti
Il registro «Controllo fuggiaschi» del posto di confine di Caprino riporta alcuni dei nominativi delle persone che, durante l’occupazione nazista, tentarono di attraversare il confine verso la Svizzera. Redatto dalla guardia di turno presso la dogana, il documento elenca sia coloro che furono respinti sia quanti ottennero l’autorizzazione al passaggio. Tra i nomi compare anche quello di Liliana Latis, presentatasi alla dogana il 6 novembre 1943.
AFS, segnatura E6357A#1995/393#12, Titolo dossier: “Controllo fuggiaschi”.


