Famiglia Morais Tedeschi
Pietra in Viale Abruzzi, 48
Richiesta da Paola Vita Finzi
In sintesi
La famiglia Morais, madre, padre e due ragazzi, viveva a Milano. Le leggi razziali irruppero con violenza in una vita quotidiana fatta di studio e lavoro. Il tentativo di fuga in Svizzera nel dicembre 1943 si concluse con il tradimento da parte dei passatori che avrebbero dovuto accompagnare i Morais al confine, cui seguirono l’arresto e la deportazione. Non ci sono tanti documenti per ricostruire la loro vicenda, ma ci sono tre testimonianze molto diverse che consentono di ricostruire preziosi tasselli di questa vicenda: Aldo Zargani, allora ragazzo, evoca con struggente affetto nella sua autobiografia Per violino solo i cugini milanesi; Liliana Segre, in una intensa testimonianza, ricorda la famiglia Morais, conosciuta nel carcere di San Vittore; i passatori che tradirono i Morais vennero denunciati dallo stesso Carlo Morais e processati. La documentazione consente di ricostruire nel dettaglio un aspetto dei tentativi di fuga che spesso rimane in ombra.
“Dopo quasi un anno sapemmo dello zio Carlo Morais e della sua famiglia. Erano nostri parenti di Milano, che andavamo a trovare prima della guerra e nei primi, tranquilli mesi dopo lo scoppio delle ostilità. La linea ferroviaria Torino-Milano fu una delle ultime ad essere elettrificata (...) SI arrivava a Milano e si faceva il giro dei parenti ma io non vedevo l’ora di incontrare mio cugino Alberto che era anche mio amico. (...) A Milano salivamo su un tram e, dopo poche fermate dalla stazione centrale, scendevamo in un viale alberato. I bei palazzi a più piani avevano ognuno un giardino, riservato però agli inquilini del pian terreno. Ed era al piano terreno, in un grande appartamento assolato, che abitavano i Morais”.
Aldo Zargani, Per Violino solo, Il Mulino, p.189
“Dopo quasi un anno sapemmo dello zio Carlo Morais e della sua famiglia. Erano nostri parenti di Milano, che andavamo a trovare prima della guerra e nei primi, tranquilli mesi dopo lo scoppio delle ostilità. La linea ferroviaria Torino-Milano fu una delle ultime ad essere elettrificata (...) SI arrivava a Milano e si faceva il giro dei parenti ma io non vedevo l’ora di incontrare mio cugino Alberto che era anche mio amico. (...) A Milano salivamo su un tram e, dopo poche fermate dalla stazione centrale, scendevamo in un viale alberato. I bei palazzi a più piani avevano ognuno un giardino, riservato però agli inquilini del pian terreno. Ed era al piano terreno, in un grande appartamento assolato, che abitavano i Morais”.
Aldo Zargani, Per Violino solo, Il Mulino, p.189

Lettera del 2 maggio 1946 dell'Ufficio speciale di polizia giudiziaria al giudice istruttore, ASSo, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
Carlo Morais era nato a Genova il 6 giugno 1901 da Alberto e Rosa Vitale. Nel 1925 si laureò in ingegneria elettrotecnica presso la Regia Scuola d'Ingegneria di Torino dove iniziò a lavorare presso la Fabbrica Contatori Elettrici Falco. Fu poi impiegato in altre aziende legate al settore elettrico e nel 1928 fu assunto dalla Pirelli. Si sposò con Ida Mafalda Tedeschi nata a Verona il 16 febbraio 1903 da Attilio ed Ermelinda Rimini. Il 15 aprile 1927 nacque la figlia Graziella. Nel 1929 la famiglia si stabilì a Milano poiché Carlo era stato trasferito alla sede milanese della Pirelli. Il secondogenito, Alberto, nacque a Milano il 24 giugno 1930. Nel giugno 1936 Carlo venne nominato Capo Ufficio Vendite Italia[1].
Poche sono le notizie che abbiamo in questi anni dei Morais, ma Aldo Zargani, figlio della sorella di Ida e coetaneo di Alberto, ha lasciato un vivido affresco della famiglia: “Alberto che aveva un anno più di me, era il primo della sua classe. Il suo papà, Carlo, un giovanotto rispetto al mio era di carattere iracondo, come succede a quelli che hanno studiato troppo e con troppo ordine e non riescono a sopportare il disordine senza senso della vita. [...] La zia Mafalda non assomigliava affatto di carattere alla mamma, era fisicamente trepidante e apparentemente indifesa, i capelli un po’ scompigliati, a me non sembrava neppure bella invece lo era ma di una bellezza connessa all’indolenza che a me, bambino, sfuggiva [...] Graziella, la sorella di Alberto, linfatica era una “signorinetta” vestita di pizzi e velluti leggeri come un’adolescente regale e tutte dicevano che era identica alla sua mamma: non giocava con me perché era grande, ma mi trattava con affetto e molti sorrisi”[2].
Le leggi razziali
Le leggi razziali del 1938 colpirono prima di tutto i bambini: Alberto venne espulso dalla scuola pubblica di Piazza Leonardo Da Vinci, a poche centinaia di metri da casa e iniziò a frequentare la scuola ebraica di via della Spiga[3]. Non si hanno notizie di Graziella anche se è assai probabile che anche lei andasse lì. In una lettera al Prefetto del marzo 1939 Carlo chiedeva che gli fosse concesso di tenere una “donna di servizio ariana” per occuparsi della casa. Si dilungava minuziosamente sulla fragile salute della moglie e fra le difficoltà annoverava quella che i bambini “debbono venire, quattro volte al giorno, accompagnati a notevole distanza dall’abitazione”: effettivamente la scuola ebraica di via della Spiga era assai più lontana da casa rispetto a quella pubblica frequentata in precedenza[4];. Una quotidianità che senza essere ancora stravolta diventava sempre più difficile. Carlo continuò a lavorare alla Pirelli anche se fu rimosso dal ruolo di Capo Ufficio vendite continuando a prestare servizio presso la Segreteria di quel reparto. Venne licenziato il 31 luglio 1942 a causa delle disposizioni del Sottosegretariato di Stato per le Fabbricazioni di guerra che vietava l’impiego di persone ebree nelle aziende dichiarate ausiliarie alla produzione bellica[5]. Zargani ricorda che il licenziamento non aveva inciso in modo pesante sulle condizioni economiche della famiglia perché Carlo aveva avviato un'attività di gomme rigenerate e vulcanizzazione assai utile in tempo di guerra e autarchia. Forse la memoria familiare ha tramandato un quadro troppo ottimista perché Carlo continuava a cercare lavoro come dimostra una lettera del 20 marzo 1943 inviata dalla società Fratelli Del Magro alla Pirelli in cui si chiedevano informazioni su Morais che aveva fatto domanda d’impiego presso di loro. A questa la Pirelli rispondeva fornendo referenze molto positive[6].
La firma dell’armistizio e l’occupazione nazifascista dell’Italia fecero precipitare la situazione. Come ha osservato Zargani gli ebrei assimilati e laici come suo zio erano fra coloro che non colsero la gravità del pericolo ormai incombente: “Gli ebrei più colpiti dalla Shoah in Occidente furono quelli sufficientemente poveri da non poter sopravvivere e quelli come lo zio Carlo che, non più allenati dalla paura ancestrale, non riuscivano a capire”[7].
Ai primi di dicembre i Morais tentarono di fuggire in Svizzera ma, prima di raggiungere il confine, si fermarono per alcuni giorni a Zogno, in provincia di Bergamo. Durante il viaggio verso la Svizzera furono però abbandonati lungo il percorso dai due passatori che avrebbero dovuto accompagnarli. Dopo averli attesi per quasi un’ora, la famiglia tornò sui propri passi e si avvicinò a una caserma della Guardia di Finanza. Come riferì quasi un anno dopo davanti al Pretore il brigadiere Merolla: “verso le ore 12.30 vidi quattro persone che si dirigevano verso la caserma; erano stanche, bagnate e avvilite. Domandai loro cosa cercassero e mi raccontarono che due guide avevano preteso L. 7000 per accompagnare loro alla guida di confine”[8]. I Morais furono interrogati ed il verbale consente di ricostruire nel dettaglio l’accaduto: “il g. 10.12 siamo giunti a Tirano con l’intento di raggiungere il territorio svizzero. Difatti abbiamo attraversato l’abitato di Tirano per portarci un po’ fuori dal paese. Sostando in via XX settembre una donna mi ha chiesto se desideravo l’aiuto di suo marito per raggiungere la frontiera. Preso il contatto con il marito, ci siamo accordati per la partenza [...]. Alle ore 3 dell’11 andante siamo partiti da Tirano con la guida della sunnominata persona, la quale a sua volta aveva provveduto a portare un suo compagno per il trasporto del nostro bagaglio collocandolo in una gerla. Verso le ore 10 e 15 avevamo raggiunto una località che secondo la nostra guida avrebbe dovuto essere poco distante dal confine per raggiungere il quale però, si sarebbe dovuto percorrere una strada impervia che mia moglie stanca ed affranta dal mal di cuore di cui soffre non avrebbe potuto superare senza un valido aiuto. Dopo un breve periodo di sosta avevamo deciso di tentare di proseguire ed a tale scopo avevo detto a mio figlio di invitare le guide che si trovavano a pochi metri più avanti di venire ad aiutare mia moglie. Al che esse risposero di attendere un minuto che avrebbero portato il carico più avanti e che sarebbero tornati subito a prelevarci. Trascorsi tre quarti d’ora circa, non vedendoli tornare, pur avendo nel frattempo cercato dove fossero andati, abbiamo compreso di essere caduti nelle mani di due briganti. Privi di qualunque indicazione e nel timore di perderci nella montagna tra la neve e di morire assiderati durante la notte, abbiamo cercato di orientarci in qualche modo per eventualmente ridiscendere a Tirano. Abbiamo così visto in distanza una caserma”[9]. Morais aggiungeva un elenco dettagliato di ciò che era stato loro sottratto stimando che tra i beni e i contanti i due passatori avessero preso circa 10.000 lire oltre alle 7.000 già pagate per il viaggio. Secondo il racconto di Zargani, che non è però documentato da altra fonte, un cugino cattolico venne chiamato da Milano ed insieme al maresciallo cercò di convincere Carlo ad affidargli i bambini, ma egli non sentì ragioni convinto che nel peggiore dei casi sarebbero stati internati qualche mese in Germania[10]. Poiché era in vigore l’ordinanza emanata il 30 novembre 1943, che prevedeva l’invio di tutti gli ebrei in campo di concentramento, i finanzieri inviarono i Morais nel carcere di Tirano, il più vicino punto di raccolta in attesa di essere trasferiti altrove. I Morais vennero trasferiti da Tirano a San Vittore il 28 dicembre 1943[11]. Liliana Segre e suo padre conobbero i Morais nei giorni di comune detenzione a San Vittore e qui Alberto Segre, vedendo la premura con la quale Ida si occupava dei figli le affidò la propria figlia, orfana di madre, nel caso che nell’ignota destinazione alla quale sarebbero stati trasferiti, gli uomini venissero divisi dalle donne. Il 30 gennaio furono tutti deportati dal binario 21 con il convoglio n. 8 che arrivò ad Auschwitz il 6 febbraio. Ida e i bambini furono uccisi all’arrivo[12]. Carlo, invece, sopravvisse ad Auschwitz; gli fu tatuato il numero di matricola 173445. Nel gennaio 1945, quando, a causa dell’avanzata dell’Armata rossa il campo di Auschwitz doveva essere svuotato, Carlo Morais fu deportato in Germania, nel campo di Sachsenhausen dove rimase fino al 16 febbraio. In quel giorno venne nuovamente trasferito, questa volta, a Mauthausen dove morì il 18 febbraio 1945[13].
Intanto, due processi vennero istituiti: uno alla famiglia Morais per tentato espatrio clandestino e uno ai due passatori - Della Franca e Nai Oleari - per favoreggiamento di espatrio clandestino, furto e truffa. Della pratica processuale, che è già stata ricostruita[14], è importante mettere in luce due aspetti che emergono in filigrana: la circolazione di notizie ancorché vaghe e confuse sulla sorte dei deportati e la conclusione dell’intera vicenda nel 1946, un interessante spaccato delle pratiche giudiziarie nel passaggio tra Italia fascista e repubblicana.
Cesare Nai Oleari, il primo ad essere identificato, il 13 gennaio 1944 fu posto in custodia preventiva ed il processo venne istruito a partire da marzo 1944 perché stavano per scadere i termini della custodia preventiva. Il giudice Renato Marchianò, sapendo che i Morais non erano più nel carcere di Tirano scrisse alla questura di Milano per sapere dove si trovassero, il 23 marzo la questura di Milano rispose che non era possibile avere notizie perché i Morais si trovavano da fine dicembre a disposizione del comando germanico[15]. I due imputati negli interrogatori successivi negarono qualunque coinvolgimento nella vicenda. Il giudice istruttore cercò nuovamente, il primo dicembre del 1944, di avere notizie dei Morais, la cui testimonianza sarebbe stata fondamentale per concludere il processo. Il 4 dicembre l’ufficio matricola di San Vittore rispose: "i detenuti non esistono e non sono mai esistiti”[16]. Il 27 dicembre 1944 il processo venne sospeso per impossibilità di procedere regolarmente con l’istruttoria infatti “gli imputati [...] sono irreperibili in quanto probabilmente internati in Germania”[17]. A guerra ormai finita il processo passò ad un altro giudice istruttore che nuovamente chiese alla questura di Milano se si sapesse qualcosa sul destino dei Morais. Il 2 maggio giunse la risposta: gli imputati “deportati a suo tempo in Polonia dai tedeschi non sono ancora tornati presso le rispettive famiglie. Nello stabile di Viale Abruzzi 18 [in realtà il civico era il 48] è voce generale che i predetti siano deceduti in campo di concentramento ma al riguardo non è stato possibile raccogliere alcuna prova”[18]. Nell’Italia liberata le deportazioni erano dunque attribuite ai soli nazisti; i tedeschi erano individuati come gli unici responsabili dell’accaduto e l’Italia repubblicana poteva così andare avanti, girare pagina evitando di fare i conti col proprio passato, con la responsabilità dei tanti collaborazionisti dei nazisti. Nel frattempo ebbero inizio le pratiche per la chiusura del processo e la richiesta di amnistia venne accordata e concessa per estinzione dei reati imputati a Della Franca e Nai Oleari.
Poche sono le notizie che abbiamo in questi anni dei Morais, ma Aldo Zargani, figlio della sorella di Ida e coetaneo di Alberto, ha lasciato un vivido affresco della famiglia: “Alberto che aveva un anno più di me, era il primo della sua classe. Il suo papà, Carlo, un giovanotto rispetto al mio era di carattere iracondo, come succede a quelli che hanno studiato troppo e con troppo ordine e non riescono a sopportare il disordine senza senso della vita. [...] La zia Mafalda non assomigliava affatto di carattere alla mamma, era fisicamente trepidante e apparentemente indifesa, i capelli un po’ scompigliati, a me non sembrava neppure bella invece lo era ma di una bellezza connessa all’indolenza che a me, bambino, sfuggiva [...] Graziella, la sorella di Alberto, linfatica era una “signorinetta” vestita di pizzi e velluti leggeri come un’adolescente regale e tutte dicevano che era identica alla sua mamma: non giocava con me perché era grande, ma mi trattava con affetto e molti sorrisi”[2].
Le leggi razziali
Le leggi razziali del 1938 colpirono prima di tutto i bambini: Alberto venne espulso dalla scuola pubblica di Piazza Leonardo Da Vinci, a poche centinaia di metri da casa e iniziò a frequentare la scuola ebraica di via della Spiga[3]. Non si hanno notizie di Graziella anche se è assai probabile che anche lei andasse lì. In una lettera al Prefetto del marzo 1939 Carlo chiedeva che gli fosse concesso di tenere una “donna di servizio ariana” per occuparsi della casa. Si dilungava minuziosamente sulla fragile salute della moglie e fra le difficoltà annoverava quella che i bambini “debbono venire, quattro volte al giorno, accompagnati a notevole distanza dall’abitazione”: effettivamente la scuola ebraica di via della Spiga era assai più lontana da casa rispetto a quella pubblica frequentata in precedenza[4];. Una quotidianità che senza essere ancora stravolta diventava sempre più difficile. Carlo continuò a lavorare alla Pirelli anche se fu rimosso dal ruolo di Capo Ufficio vendite continuando a prestare servizio presso la Segreteria di quel reparto. Venne licenziato il 31 luglio 1942 a causa delle disposizioni del Sottosegretariato di Stato per le Fabbricazioni di guerra che vietava l’impiego di persone ebree nelle aziende dichiarate ausiliarie alla produzione bellica[5]. Zargani ricorda che il licenziamento non aveva inciso in modo pesante sulle condizioni economiche della famiglia perché Carlo aveva avviato un'attività di gomme rigenerate e vulcanizzazione assai utile in tempo di guerra e autarchia. Forse la memoria familiare ha tramandato un quadro troppo ottimista perché Carlo continuava a cercare lavoro come dimostra una lettera del 20 marzo 1943 inviata dalla società Fratelli Del Magro alla Pirelli in cui si chiedevano informazioni su Morais che aveva fatto domanda d’impiego presso di loro. A questa la Pirelli rispondeva fornendo referenze molto positive[6].
La firma dell’armistizio e l’occupazione nazifascista dell’Italia fecero precipitare la situazione. Come ha osservato Zargani gli ebrei assimilati e laici come suo zio erano fra coloro che non colsero la gravità del pericolo ormai incombente: “Gli ebrei più colpiti dalla Shoah in Occidente furono quelli sufficientemente poveri da non poter sopravvivere e quelli come lo zio Carlo che, non più allenati dalla paura ancestrale, non riuscivano a capire”[7].
La fuga in Svizzera
Ai primi di dicembre i Morais tentarono di fuggire in Svizzera ma, prima di raggiungere il confine, si fermarono per alcuni giorni a Zogno, in provincia di Bergamo. Durante il viaggio verso la Svizzera furono però abbandonati lungo il percorso dai due passatori che avrebbero dovuto accompagnarli. Dopo averli attesi per quasi un’ora, la famiglia tornò sui propri passi e si avvicinò a una caserma della Guardia di Finanza. Come riferì quasi un anno dopo davanti al Pretore il brigadiere Merolla: “verso le ore 12.30 vidi quattro persone che si dirigevano verso la caserma; erano stanche, bagnate e avvilite. Domandai loro cosa cercassero e mi raccontarono che due guide avevano preteso L. 7000 per accompagnare loro alla guida di confine”[8]. I Morais furono interrogati ed il verbale consente di ricostruire nel dettaglio l’accaduto: “il g. 10.12 siamo giunti a Tirano con l’intento di raggiungere il territorio svizzero. Difatti abbiamo attraversato l’abitato di Tirano per portarci un po’ fuori dal paese. Sostando in via XX settembre una donna mi ha chiesto se desideravo l’aiuto di suo marito per raggiungere la frontiera. Preso il contatto con il marito, ci siamo accordati per la partenza [...]. Alle ore 3 dell’11 andante siamo partiti da Tirano con la guida della sunnominata persona, la quale a sua volta aveva provveduto a portare un suo compagno per il trasporto del nostro bagaglio collocandolo in una gerla. Verso le ore 10 e 15 avevamo raggiunto una località che secondo la nostra guida avrebbe dovuto essere poco distante dal confine per raggiungere il quale però, si sarebbe dovuto percorrere una strada impervia che mia moglie stanca ed affranta dal mal di cuore di cui soffre non avrebbe potuto superare senza un valido aiuto. Dopo un breve periodo di sosta avevamo deciso di tentare di proseguire ed a tale scopo avevo detto a mio figlio di invitare le guide che si trovavano a pochi metri più avanti di venire ad aiutare mia moglie. Al che esse risposero di attendere un minuto che avrebbero portato il carico più avanti e che sarebbero tornati subito a prelevarci. Trascorsi tre quarti d’ora circa, non vedendoli tornare, pur avendo nel frattempo cercato dove fossero andati, abbiamo compreso di essere caduti nelle mani di due briganti. Privi di qualunque indicazione e nel timore di perderci nella montagna tra la neve e di morire assiderati durante la notte, abbiamo cercato di orientarci in qualche modo per eventualmente ridiscendere a Tirano. Abbiamo così visto in distanza una caserma”[9]. Morais aggiungeva un elenco dettagliato di ciò che era stato loro sottratto stimando che tra i beni e i contanti i due passatori avessero preso circa 10.000 lire oltre alle 7.000 già pagate per il viaggio. Secondo il racconto di Zargani, che non è però documentato da altra fonte, un cugino cattolico venne chiamato da Milano ed insieme al maresciallo cercò di convincere Carlo ad affidargli i bambini, ma egli non sentì ragioni convinto che nel peggiore dei casi sarebbero stati internati qualche mese in Germania[10]. Poiché era in vigore l’ordinanza emanata il 30 novembre 1943, che prevedeva l’invio di tutti gli ebrei in campo di concentramento, i finanzieri inviarono i Morais nel carcere di Tirano, il più vicino punto di raccolta in attesa di essere trasferiti altrove. I Morais vennero trasferiti da Tirano a San Vittore il 28 dicembre 1943[11]. Liliana Segre e suo padre conobbero i Morais nei giorni di comune detenzione a San Vittore e qui Alberto Segre, vedendo la premura con la quale Ida si occupava dei figli le affidò la propria figlia, orfana di madre, nel caso che nell’ignota destinazione alla quale sarebbero stati trasferiti, gli uomini venissero divisi dalle donne. Il 30 gennaio furono tutti deportati dal binario 21 con il convoglio n. 8 che arrivò ad Auschwitz il 6 febbraio. Ida e i bambini furono uccisi all’arrivo[12]. Carlo, invece, sopravvisse ad Auschwitz; gli fu tatuato il numero di matricola 173445. Nel gennaio 1945, quando, a causa dell’avanzata dell’Armata rossa il campo di Auschwitz doveva essere svuotato, Carlo Morais fu deportato in Germania, nel campo di Sachsenhausen dove rimase fino al 16 febbraio. In quel giorno venne nuovamente trasferito, questa volta, a Mauthausen dove morì il 18 febbraio 1945[13].
Il processo
Intanto, due processi vennero istituiti: uno alla famiglia Morais per tentato espatrio clandestino e uno ai due passatori - Della Franca e Nai Oleari - per favoreggiamento di espatrio clandestino, furto e truffa. Della pratica processuale, che è già stata ricostruita[14], è importante mettere in luce due aspetti che emergono in filigrana: la circolazione di notizie ancorché vaghe e confuse sulla sorte dei deportati e la conclusione dell’intera vicenda nel 1946, un interessante spaccato delle pratiche giudiziarie nel passaggio tra Italia fascista e repubblicana.
Cesare Nai Oleari, il primo ad essere identificato, il 13 gennaio 1944 fu posto in custodia preventiva ed il processo venne istruito a partire da marzo 1944 perché stavano per scadere i termini della custodia preventiva. Il giudice Renato Marchianò, sapendo che i Morais non erano più nel carcere di Tirano scrisse alla questura di Milano per sapere dove si trovassero, il 23 marzo la questura di Milano rispose che non era possibile avere notizie perché i Morais si trovavano da fine dicembre a disposizione del comando germanico[15]. I due imputati negli interrogatori successivi negarono qualunque coinvolgimento nella vicenda. Il giudice istruttore cercò nuovamente, il primo dicembre del 1944, di avere notizie dei Morais, la cui testimonianza sarebbe stata fondamentale per concludere il processo. Il 4 dicembre l’ufficio matricola di San Vittore rispose: "i detenuti non esistono e non sono mai esistiti”[16]. Il 27 dicembre 1944 il processo venne sospeso per impossibilità di procedere regolarmente con l’istruttoria infatti “gli imputati [...] sono irreperibili in quanto probabilmente internati in Germania”[17]. A guerra ormai finita il processo passò ad un altro giudice istruttore che nuovamente chiese alla questura di Milano se si sapesse qualcosa sul destino dei Morais. Il 2 maggio giunse la risposta: gli imputati “deportati a suo tempo in Polonia dai tedeschi non sono ancora tornati presso le rispettive famiglie. Nello stabile di Viale Abruzzi 18 [in realtà il civico era il 48] è voce generale che i predetti siano deceduti in campo di concentramento ma al riguardo non è stato possibile raccogliere alcuna prova”[18]. Nell’Italia liberata le deportazioni erano dunque attribuite ai soli nazisti; i tedeschi erano individuati come gli unici responsabili dell’accaduto e l’Italia repubblicana poteva così andare avanti, girare pagina evitando di fare i conti col proprio passato, con la responsabilità dei tanti collaborazionisti dei nazisti. Nel frattempo ebbero inizio le pratiche per la chiusura del processo e la richiesta di amnistia venne accordata e concessa per estinzione dei reati imputati a Della Franca e Nai Oleari.
Alessandra Minerbi
Archivi consultati:
- Archivio centrale dello Stato, Roma
- Archivio di Stato, Milano
- Archivio di Stato, Sondrio
- Archivio Fondazione Centro documentazione ebraica contemporanea, Milano
- Cittadella degli Archivi del Comune di Milano
Note:
[1] Archivio storico Pirelli, Milano.
[2] A. Zargani, Per violino solo, cit. pp.189-192.
[3] Foglio manoscritto di Gisella Vita Finzi che ricorda alcuni compagni di scuola di via della Spiga, Acdec, Fondo “vicissitudini dei singoli” Serie I, 1837-2009, b. 29, fasc. 784: “Vita Finzi famiglia”,
[4] Lettera di Carlo Morais al Prefetto di Milano, 21 febbraio 1939, ASMi, Fondo Prefettura di Milano, Gabinetto II serie, pratiche ebrei, fascicoli personali, b.32, fasc.: “Carlo Morais
[5] Archivio storico Pirelli, Milano
[6] Archivio storico Pirelli, Milano.
[7] A. Zargani, Per violino solo, cit p. 191.
[8] Dichiarazione del brigadiere Merolla, 11 novembre 1944, ASSo, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
[9] Verbale di interrogatorio a Carlo Morais da parte della Guardia di Finanza, Comando di Sernio del 12 dicembre 1943, ASSo, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
[10] A. Zargani, Per violino solo, cit. p. 194
[11] Lettera della Questura repubblicana di Sondrio al giudice di Sondrio, 23 marzo 1944, ASSo, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
[12] Liliana Segre: “Difficile dimenticare la famiglia Morais”. Il racconto di Liliana Segre per il Comitato per le Pietre d’inciampo di Milano, registrato a Milano il 9 dicembre 2025.
[13] Personal file of Morais Carlo, born on 6-Jun-1901, 1639017, ITS Digital Archive, Arolsen Archives.
[14] F. Messa, Gli ebrei e la Valtellina. L’amara vicenda della famiglia Morais in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, giugno 2023, n.99, pp.29-38.
[15] Ivi, p. 33.
[16] Lettera delle carceri giudiziarie di Milano, ufficio matricola del 4 dicembre 1944, ASSo, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
[17] Disposizione del giudice istruttore Marchianò del 27 dicembre 1944, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
[18] Lettera del 2 maggio 1946 dell'Ufficio speciale di polizia giudiziaria al giudice istruttore, ASSo, Tribunale di Sondrio, Ufficio del Giudice Istruttore, fasc. 49/1944.
Documenti
Testimonianza di Umberto Segre, figlio di Corinna Corinaldi, in merito ad alcuni arresti avvenuti nella provincia di Sondrio durante l’occupazione tedesca, 30 dicembre 1945, ASSo, Corte d'assise straordinaria di Sondrio, busta n. 5, fascicolo n. 116 intestato a Santino Lo Monte, Antonio Facchin, Pietro Romeo.





